venerdì, 26 giugno 2009
MUSICA - Ho camminato con uno zombi (Michael Jackson)

(ecco il vero Zombi -del- rock)


In fondo avevo sempre vissuto con gli zombi e da zombi.

 

Il primo dicembre del 1982 esce nei negozi il disco che diventerà prima l’opera musicale più venduta degli anni ’80: 42 minuti venduti in 29 milioni e 300 mila copie recita il volume della Ws sui dischi più venduti di quel decennio. Da li al successivo passo: best-sellers di tutti i tempi, il passo è breve. Attualmente si dice che siano, tra stampe e ristampe, 109 milioni le copie vendute.

 

Non ero ancora in stato di decadimento, ero ancora il baby-black riccioluto proveniente dai Jackson 5. Ma la decadenza da zombi sarebbe arrivata presto. Altro che cure sbiancanti, altro che ossessioni personali sul colore della pelle. Ero solo uno zombi che stava impallidendo.

 

Tredici minuti e quaranta secondi. Un cortometraggio. John Landis veniva dalla regia di un cult assoluto, quello dei Fratelli blues in missione per conto di Dio. L’horror zombesco l’aveva sempre affascinato. E allora ecco che firma l’inizio della “gold era” da Mtv con un video che è un film. Un “Thriller” che parla di zombi. Jacko e Ola che passeggiano, i morti che riemergono dalle tombe e come firma finale la risata di Vincent Price. Chi?  Ma si quello che: “se scricchiola una porta e un maniaco si infila nella trama di un film. Se il gatto delle nevi falcia venti persone dietro ad uno skilift, se c'è uno squalo bianco che divora i bagnini di Miami Beach... solo un dubbio c'è in te: sapere lo squalo chi è? E allora Vincent Price lo sai, è proprio Vincent Price lo sai, s'inventerà fantasmi senza pietà”. Come cantava con Poco zucchero Faust’o, ma questa è un'altra storia.

 

E pensare che per girare quel video ho rischiato gli occhi tenendo addosso per ore, giorni, delle terribili lenti a contatto gialle. Sarebbe bastato girarlo 20 anni dopo e il mio aspetto sarebbe stato perfetto, tremendamente perfetto.

 

Notizie varie su di me: dormo in una cella frigorifera, dormo in una camera iperbarica, sta per cadermi il naso, sta per cadermi un orecchio, la mia pelle diventata bianca soffre di un raro tumore alla pelle. Ma ci vuole un Max Brooks qualsiasi con il suo manuale sugli zombi per aprirvi gli occhi?

 

Il figlio del grande Mel Brooks ha da anni iniziato una battaglia. Sostiene, in maniera ironica ma con documentazioni cosi terribilmente reali, l’esistenza degli zombi e insegna come difendersi.

 

Già – dichiara – forse avrei potuto fare il colpo della mia vita intervistandone uno.

 

Ma il sangue è finito, il tempo è fuggito. Infarto, collasso cardiocircolatorio. Scommettiamo che nel corso degli anni si faranno mille ipotesi sulla mia scomparsa?

 

La notte del 25 giugno del 2009, poche ore dopo che un'altra zombi se n’era andata, in un ospedale di Los Angeles muore . In realtà l’icona pop era morta da almeno 25 anni. Diciamo che il 25 giugno del 2009 è la dichiarazione della fine del decadimento del suo corpo zombi.

 

Era nato il 29 agosto del 1958 a Gary. Anche se è, e rimarrà probabilmente per sempre, l’artista che ha venduto più dischi nella storia della musica, l’aspetto musicale della sua vita era da anni passato in secondo piano. Accuse di pedofilia, il suo corpo mitizzato (più di quello di un altro zombi, quello di Arcore), il suo corpo martoriato, i debiti, la megalomania, la sindrome di peter pan, i diritti della canzoni dei Beatles, la villa parco giochi.

 

L’ultimo vero disco risale al 1991. Dopo solo fumo per coprire lo stato di zombi che avanzava.

 

Non stupitevi se quest’estate potreste vederlo in tour sotto casa, potrebbe avere ancora fame.

Postato da: emandelli a 09:49 | link | commenti (1)
musica

venerdì, 29 maggio 2009
Ero assente giustificato Ecco il mio nuovo libro

di Emanuele Mandelli
Libro RACCONTI 96 pagine
Copertina Morbida - Formato 12x18 - bianco e nero



Signori eccolo. Dopo Zombi rock è arrivato il Cannibal Blues

Postato da: emandelli a 19:46 | link | commenti
ilmiolibro

martedì, 31 marzo 2009
CINEMA - Il femminismo secondo Jess Franco (Le giornate intime di una giovane donna)

diario 1
Anno di grazia 1972, di grazie per Jess Franco. Torniamo a parlare del prolifico regista iberico. Dicevamo del 1972. Un anno incredibile in cui il Tio Jess ha messo in fila 11 film, un record imbattibile (se non forse da un regista di hard), praticamente un film al mese, tolto agosto che le ferie spettano a tutti…

Vogliamo focalizzarci su uno solo, per ora, di quegli 11 film datati 1972: “Le journal intime d'une nymphomane”, che per una volta non ebbe una traduzione scellerata nella nostra lingua, anche se in realtà incredibilmente il titolista si dimostrò poco avvezzo col francese traducendo journal, diario, con giornate. Il film esce quindi in Italia con il titolo di: “Le giornate intime di una giovane donna”, tagliando quel ninfomane che era stato per una volta aggiunto in maniera fondata.

Diario o giornate il senso lo si afferra lo stesso. A dispetto di altre pellicole dello spagnolo del periodo dove contava molto di più l’atmosfera e l’immagine che la solidità della trama qui ci troviamo al cospetto di una trama solida e ben strutturata.

diario 2

Linda è una giovane prostituta. La vediamo agganciare un cliente in un night club, passare una notte a bere e poi portarselo a casa. Quando l’uomo si addormenta sfinito Linda fa una telefonata alla polizia. “Venite e appena stata uccisa una donna”. Subito dopo si taglia la gola accasciandosi sull’uomo che viene cosi colto dalla polizia in apparente fragrante. Colpevole! Finisce in galera.

Entra in scena la sua giovane moglie: Rosa. La vediamo la prima volta austera e seria che suona il pianoforte. Arriva la notizia. Il marito si professa innocente. Rosa non ci crede ma decide lo stesso di indagare.

Il film ora si srotola su due piani. Gli incontri di Rosa con le amanti di Linda che le narrano la vita della ragazza, che noi vediamo come una serie di flashback. In uno dei primi capiamo da subito il movente del delitto. Franco mette in chiaro che il film non è un giallo. La giovane Linda appena arrivata in città dalla campagna viene violentata dall’uomo che farà incolpare.

Quella violenza le spezza la vita. Diviene ninfomane, alla spasmodica ricerca del piacere senza mai davvero raggiungerlo. Riesce ad avere relativa pace solamente con le donne. Le due amanti: la contessa Anna de Monterrey e la ballerina cubana Maria Toledano, sono le narratrici della vicenda a Rosa. Soprattutto la seconda legge lunghi tratti della storia dal diario di Linda.

Le due lunghe narrazioni fanno cambiare Rosa. Una trasformazione evidente sia fisicamente che mentalmente. Nel finale prende coscienza che forse anche lei preferirebbe un amante donna. Le scene lesbiche con la ballerina cubana sono però più dolci che sensuali.

diario 3
Franco mette da parte per una volta la sua incredibile smania di femminilità per mettere al centro della pellicola la sua visuale femminea facendo diventare il film un vero e proprio manifesto femminista. In tutte le pellicole di Jess Franco gli uomini escono malconci, o sono tuttalpiù sottomessi alla superiorità femminile, arrivando ad essere addirittura personaggi macchiettisitici, ma mai come in questo caso l’uomo è figura meschina, insignificante, inutile.

In generale il film mantiene alto l’interesse per tutti gli 86 minuti di durata. Uscito in diverse versioni, come da tradizione per Franco, anche in una versione hard datata 1977 che però è praticamente scomparsa dalla circolazione. Anche il film originale è di difficile reperibilità. Mai ristampato su dvd per le beghe legali del produttore francese circola in una versione su vhs dove al doppiaggio Italiano sono state integrate diverse scene che erano state tagliate all’epoca dell’uscita, con il doppiaggio in inglese.


(foto in esclusiva per Ossessioni e vuoti a rendere)



Postato da: emandelli a 19:13 | link | commenti (2)
cinema, jess franco

mercoledì, 25 marzo 2009
RACCONTI - Istantanea di un pomeriggio di mare (bianco vibrazione e nero sudore)

Bianco e nero, nero e bianco. A strisce bianche e nere e la salvietta stesa sul lettino. A pallini bianchi e neri è il costume di Lei stesa sopra al lettino. Tutto attorno è silenzio. Calato sotto un cappellino Lui è immobile steso all’ombra, anche Lei è ferma ma inchiodata sotto il sole rovente. La pelle arrossata di chi sta abbronzando in maniera forzata.
 
Immobile Lui, immobile Lei. Il bianco e nero dei colori e quello della situazione. Nel riflesso del sole sembrano esaltati i pallini del costume di Lei: nero, nero nero.

 Poi tutto è bianco. La luce che si sta abbassando all’orizzonte sul mare e che proietta le ombre un po’ più lunghe e Lei, donna sconosciuta, che si alza dal lettino prendisole. Dopo minuti o forse ore nere di immobili sensazioni in cui danzavano al sole i pallini neri del costume e i nei di Lei sulla pelle rossa in una sensuale danza di colori adesso è il bianco del movimento a svettare.

Lei butta la testa all’indietro per raccogliere i capelli, scoperta ed indifesa. Lui immobile osserva il movimento veloce e fluido, sicuro e arrotondato del suo corpo che sconfigge il bianco e il nero e fluido danza in scala di grigi.
La stessa scala di grigi che Lei per ore ha senza sosta ha mentalmente salito e sceso stando immobile sotto il sole che le brucia la pelle. Per ore Lei permette al sole di scaldarla, ma anche di pungerla con i suoi mille aghi sottili.

Si offre a quello sfregio cocente con una sorta di piacere che sovente la fa sorridere, così, da sola, senza apparente motivo, consapevole dell'inspiegabile. Eppure è così: la sensazione della propria pelle in impotente rivolta contro le sciabolate del sole a picco la fa sentire bene, davvero bene. ed è in questi lunghi attimi, ore, che la sua mente sale e scende la scala di grigi: apparentemente sopita, sgombra, frastornata dalla musica dell'Ipod, è invece dis-tratta da un turbinio di immagini in scala di grigi.

Nessuno, vedendola abbandonata sotto il sole, chiusa nella  sua immobilità, spezzata solo da un tuffo in mare che le permette di sopravvivere ai raggi di quella palla rovente che la sovrasta che cerca senza sosta, può immaginare colori  e profumi dei suoi pensieri.
Così finché la luce accecante lascia spazio ai caldi colori del tramonto e Lei, con una risolutezza inaspettata, si alza dal lettino e si raccoglie i capelli. Raccogliersi i capelli è per Lei un modo inconfessato di difendersi, un simbolo esteriore che la aiuta ad essere presente a se stessa.

Ecco Lei se ne va. Sembra cosi sicura di se, staccata, distante. Abbandona sul lettino le cuffiette del lettore mp3. Chissà che cosa stava ascoltando? Lui la guardava mentre ogni tanto sorrideva, ad occhi chiusi. Isolata dal mondo in un bagno di colori che è tutto suo. Una tavolozza che non si riesce ad afferrare.

Lui è solo bianco e nero, e una sfumatura di rosso, quella della pelle accarezzata dal sole. Chissà chi accarezza davvero la sua pelle? Ora la sta accarezzando l’acqua tiepida di questo mare. Si è immersa piano camminando lenta sulla sabbia. Le impronte che ha lascito sulla battigia umida sono già state inghiottite dal riflusso spumoso delle onde.
A quest’ora di tramonto in acqua c’è solo Lei. Lui immagina il costume bagnato a contatto con la pelle, l’acqua salata che avrà per un attimo cancellato il profumo vero ed eccitante di epidermide e sole che Lei aveva di sicuro nel momento in cui si è alzata dal lettino per andare verso il mare. Tegumento che trasuda sensualità.

Lui annusa l’aria. In quel momento è come se una scia di Lei si srotolasse nell’aria. Forse è solo un impressione, forse è l’avanguardia della sua tavolozza di colori che non si può davvero percepire che sfiora il bianco e nero di Lui.
Lui che ora la guarda nel silenzio rumoroso dello sciabordio dell’acqua… Un attimo, un attimo, un attimo….di apnea, quel tanto che basta per tuffarsi, sparire sott'acqua e riemergere qualche metro più in là e lavarsi dall'odore acre che emana la pelle cotta. al tramonto il mare si fa più calmo, più caldo, più avvolgente e protettivo.

Lei nuota con movimenti lenti e regolari, ogni tanto si immerge completamente e sembra che stia cercando un nascondiglio tutto suo. In questi lunghi momenti in cui scivola non vista sott'acqua ride fra se pensando che, sì in fin dei conti fuma, e anche parecchio, ma, caspita, che fiato che ha....ancora.
Decide d'improvviso che è ora di uscire dall'acqua e lo fa veloce, barcollando ogni tanto per via dei sassi aguzzi del fondale. Eccola, Lei,  è fuori e lascia asciugare dalla brezza che è salita e dall'ultimo sole. Intanto maldestramente si raccoglie ancora i capelli che le onde avevano quasi sciolto e pensa che sì, ha fatto bene, quella volta, a non tagliarsi i capelli per autopunirsi di qualcosa: ha fatto un gran bene!

Lui continua ad osservarla. Mentre usciva dall’acqua ha pensato che per un attimo potesse emergere mezza donna e mezzo pesce: una sirena. Ma quando riemerge davvero ha ancora le gambe, le gambe che adesso la porteranno via per sempre
La spiaggia è ormai quasi deserta e avvolta nella penombra, non ci saranno più di due o tre persone. Lui sonnecchia dalla mattina sotto il suo cappellino a becca è ancora li non ha mai cambiato posizione. Lei pensa che deve essere un tipo strano e riprendendo la scala di grigio dei sui pensieri pensa che è ha voglia di camminare camminare camminare.
Lui riflette ora, pensa ai casi della vita che fanno incrociare certe persone che stanno a migliaia di chilometri da noi e non ci lasciano avvicinare alla bella vicina che sta al piano di sotto. Pensieri del cazzo da fine giornata al mare.

Lei ora è a un metro da Lui: la luce alle spalle esalta i contorni e sfoca tutto il resto. Lui la inquadra con gli occhi, con la voglia sensuale nello stomaco come se fosse  un filmetto di terza categoria, un laguna blu sospeso in una spiaggia di un villaggio turistico. Altri pensieri stupidi da fine giornata. Tutto per sfuggire alla sola cosa logica che dovrebbe fare: dare aria alle corde vocali dire qualche parola, a caso, e cercare di parlare con la sconosciuta. Sentirne la voce.
Ma Lei sembra attirata da un punto all’orizzonte. Rimane sospesa un attimo nel silenzio… un attimo lunghissimo prima di parlare.

Lei è erma ora, immobile sulla battigia verdognola del tramonto immersa nell’idea di essere stata per un attimo un delfino nell’acqua, una sirena. Pensieri che vengono spezzati da una parola: ciao.

E’ Lui ad averla pronunciata. Lei onestamente la trova inappropriata e un po’ fastidiosa.

Quel saluto, così naturale ma inaspettato la disorienta: sbuffa e non riesce a nascondere il proprio disappunto. Senza rispondere comincia a rivestirsi per abbandonare la spiaggia.

Intanto pensa al motivo di questa sua reazione così scostante.
Normalmente ne sarebbe stata lieta e lieta avrebbe risposto. Questa volta no, chissà perché.


Ne è certa: il saluto è arrivato dal tizio con il cappello a becca. Quel Lui che non le va a genio, eppure ne è incuriosita. Adesso Lei pensa che non ha la minima voglia di fare conoscenze, tantomeno con uno che fugge il sole.

Lo trova idiota: perché spendere soldi per starsene all'ombra in posto dove l'unica attrattiva è il sole?

Ora Lei si lega i capelli, ancora una volta quel movimento che Lui guarda per l’ultima volta, forse nella vita.

Ora Lei è vestita. Se ne va sapendo che non avere risposto al saluto la farà sentire male, eppure non si volta nemmeno per un cenno impercettibile, ma eloquente.


(racconto scritto a 4 mani con una cara amica che sono davvero contento abbia giocato con me)

Postato da: emandelli a 00:11 | link | commenti
racconti

sabato, 14 marzo 2009
CINEMA - I deliri del primo Almodovar (loca Espana)



E’ in uscita “Gli abbracci spezzati”, il nuovo e diciassettesimo film di Pedro Almodovar. Un noir commedia che forse segna il ritorno del cineasta spagnolo al gusto dell’assurdo delle origini. Dopo i “seri” pur se bellissimi “Volver”, “Tutto su mia madre”, “La mala education”, forse si tornerà a respirare quell’aria che nei primi anni ’80 fecero del regista spagnolo un cineasta cult.

In molti non conoscono le prime pellicole di Almodovar. Quelle che mostravano i suoi riferimenti culturali. Neppure su Wikipedia si trovano uno straccio di informazioni… (a parte per il primo film, le stesse identiche parole che leggerete qui… visto che l’autore è lo stesso).


Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio


Il primo film del cineasta spagnolo introduce già tutte le sue tematiche preferite: sesso, diversità, colore, gusto del trash. La protagonista è una delle sue muse, che apparirà in quasi tutti i suoi film, una giovanissima Carmen Maura, che interpreta Pepi. Una ragazza della Madrid post franchista tutta sesso droga e rock’n’rool. A seguito di una violenza subita da un poliziotto, per evitare la denuncia per le piante di marijuana che coltiva sul terrazzo, Pepi decide di vendicarsi traviando la moglie di lui.

Una donna frustrata, con tendenze al masochismo, che si scopre lesbica tra le braccia di Bom. Una carrellata di perversioni di ogni tipi vissute con leggerezza. Almodòvar comincia cosi a sdoganare la diversità sessuale, tutta la diversità.

Girato con pochissimi mezzi e in pochi giorni è un opera prima caciarona e sghagherata che pone subito lo spagnolo all’attenzione dei curiosi cinefili che vedono in lui una sorta di Russ Meyer europeo.

Labirinti di passioni


L’opera seconda del regista iberico è un manifesto camp dove l’atmosfera conta più della trama. Mai come in questa pellicola si avvicina al gusto per l’assurdo di un suo connazionale, Jess Franco, anche se molti pensano all’opera di Richard Lester.

Sexilia, Cecilia Roth un latra delle muse del regista che tornerà in parecchi film, è la leader di un gruppo rock, le coloratissime Las Ex. Con lei Reza Niro, un omosessuale assediato da un gruppo di khomeinismi e costretto a travestirsi per sfuggire ai loro agguati.

La trama è tutta qui. Sesso a vagonate, anzi paranoie e problemi legati al sesso. Il fim è ricordato più per essere l’esordio, con una piccolissima parte, di un prossimo grande Attore Antonio Banderas.

L’indiscreto fascino del peccato



Il terzo film del regista spagnolo è una commediaccia nera che potrebbe benissimo essere una produzione della Troma, o un sottoprodotto di Jess Franco: ricorda molto “Le sexigoditrici”.

La trama è esilissima: una cantante di flamenco in fuga dopo la morte del fidanzato per overdose si rifugia in un convento. Qui le suorine sono tutto tranne che timorate donne di dio. Suor Squallida, suor Perdita, suor Maltrattata, sono una congrega di ninfomani, masochiste, lesbiche e assatanate di sesso.

Tra le diversità che tornano oltre a quella dell’omosessualità c’è quella ad inclinazioni sadomasochistiche. L’inclinazione al bdsm avrà una pellicola tutta sua Legami.

Il film è un attacco diretto, pur se sgangherato alla Almodòvar ad una delle istituzioni piu amate e importanti in Spagna: la chiesa cattolica. Il produttore si spaventò e massacrò il film di tagli riducendolo da 115 minuti ad 87. Il culto era comunque nato.

Dopo una pausa di un film torna Carmen Maura, nel ruolo di suor Perduta.

Dopo questa prima triade inizia una storia diversa. Di contaminazione. Già da “Cosa ho fatto io per meritarmi questo” le atmosfere combiano. Elementi di melodramma, feuilleton, erotico e mille altre schegge si fanno largo nella poetica del regista. E sarebbe bello dedicare spazio, molto spazio, a queste pellicole che portano dal terzo film al successo. “Legami”, “Martador”, “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” (prima consacrazione del cienasta al pubblico internazionale)… Magari ne parleremo… Chissà, chissà, chissà….(citazione)

Il concorso di erezioni generali di Pepi, Luci, Bom...


Postato da: emandelli a 15:04 | link | commenti
cinema

mercoledì, 11 marzo 2009
CINEMA - Killer barbys (Jess Franco return)


Silvia Superstar urla come un ossessa sul palco, la voce graffia. Si ascolta la canzone, un pezzaccio punk’n’rool molto orecchiabile e grezzo, e si guardano le sue forme sfrontate, sudate, in vista.

Torniamo a parlare di Spagna delirante e di Jess Franco. La scena è infatti l’attacco del film “Killer barbys”, pellicola metafisica del 1996 in cui il cineasta spagnolo si sbizzarrisce nelle sue solite tematiche cult: sesso e vampirismo, aggiungendo palate di rock e un nuovo modo di intendere le immagini. Il gruppo si chiama esattamente come il film, anzi no, si chiama Killer Barbies, ed è una band cult in Spagna, al pari di Ska-p e simili. Il nome differisce da quello del film per precauzione del regista, visto che nella pellicola non recita tutta la band ma solo una parte. C’è si Silvia Superstar, icona della band, ma manca ad esempio il Dottor Muerte.

La trama è scheletrica, come sempre nei film di Tio Jess. Una band scalcagnata tra una tappa e l’altra del tour finisce persa nella campagna e si imbatte in un castello, insomma un attacco a la “Rocky horror picture show”. Gli abitanti del castello non sono tranquillizzanti, come ovvio.



Ci sono Arkan ma soprattutto la sua padrona, la bicentanaria contessa von Fledermaus, una spettacolare Mariangela Giordano, da noi riscoperta in terza età, ad esempio come protagonista di “Io e mia sorella” di Carlo Verdone, ma è una che ha alle spalle una trentina di film disparati dal morboso “Malabimba” a “Ursus”. Nel 1996 aveva già 50 e passa anni e recita quasi sempre nuda, mostrando un gran corpo. Ma il suo corpo ha un segreto. Per mantenersi giovane deve bere con regolarità sangue bollente e sperma.



Facile immaginare che fine farà parte della band. Ma il film non è drammatico o horror in senso stretto. Ci sono parti fortemente ciniche e ironiche, quasi a parodiare se stesso. Ma la parte di certo più interessante è la fotografia. La scena è quasi sempre immersa in nebbia secca e il taglio vira o sul blu intenso o sul rosso intenso. Un cinema metafisico con prospettive da fish eye che lasciano spesso basiti.


Postato da: emandelli a 23:40 | link | commenti
cinema, jess franco

sabato, 07 marzo 2009
CINEMA - Le ossessioni alla Samperi


Nel 1968, in piena rivoluzione, lui si inventa il ruolo di zia erotica ed eroticizzata. Parliamo di Salvatore Samperi, il regista italiano scomparso pochi giorni or sono.

Venticinque film in 40 anni di carriera, neppure tanti. Due soprattutto che hanno infettato il cinema erotico casareccio all’italiana lanciando nell’immaginario erotico le zie libidinose e Laura Antonelli. Parliamo ovviamente dell’esordio alla regia, “Grazie zia”, datato 1968 con Lisa Gastoni e “Malizia”, che nel 1973 lancia una delle piu forti icone del cinema erotico all’Italiana: Laura Antonelli. Le sue tette, il suo essere “donna umida” la rendono icona morbosa del cinema Italiano di quegli anni. Molto più di “zia Edwige” che ha sempre dispensato il suo corpo in commediacce scostumate dove l’erotismo era smussato dai mostri dell’Italietta degli anni ’70.



Samperi invece mette vera morbosità nelle sue pellicole. Mette il rapporto incestuoso tra nipote e zia nell’esordio, sesso e autodistruzione, sesso e morte. Mette il sud profondo e gli ambienti chiusi di “Malizia”, dove sorpassa a destra Tinto Brass nella aria patologica che il sesso assume in queste storie piccole, magari comuni, che tutti hanno sfiorato, e proprio per questo ad alto tasso ormonale proibito. Cappa di proibizione che fa rizzare l’uccello per ovvia reazione.

Anche in parecchi altri film della sua filmografia Samperi lascia filtrare l’erotismo proibito di provincia. Spesso sporcato dalla proibizione morale della famiglia, come in “Casta e pura”, della diffrenza di età, come nella storia della signora bene di “Scandalo” che si suiciderà dopo la storia con il garzone minorenne, da fetish delle immagini, come in “Fotografando Patrizia”, in cui usa la Guerritore, le fantasie erotiche per le donne morbide che si materializzano in “Peccato veniale”, dove le tette di Ria de Simone diventano un ossessione, e comunque c’è anche una cognata che seduce…

Anche in film di cassetta come i due episodi ispirati alle “Strumtruppen” il buon Samperi riesce a infilare erotismo proibito. Da riscoprire. Speriamo che adesso, visto che purtroppo se ne è andato, vengano riproposti i suoi film.





Postato da: emandelli a 19:46 | link | commenti
cinema

giovedì, 05 marzo 2009
RACCONTI - Solo l'aria tra il desiderio

La domanda mi aveva bruciato il cervello come un colpo improvviso.
“Ti sei mai masturbato pensando a me?”.
Si, d’accordo, si stava parlando di corpo, di preferenze fisiche, del suo seno, del fatto che parecchie volte avevo fatto davvero fatica a guardarla negli occhi parlandole distratto dal prosperoso seno, anzi dalle stupende tette. Scherzando quella sera avevo dichiarato che da li in avanti glielo avrei detto che le stavo guardando. Meglio essere onesti no? Aveva convenuto che avevo ragione arrossendo un po’.

Quando mi capitava di parlarle prima di affinare il rapporto di amicizia avevo pensato che fosse davvero difficile affrontare certi argomenti con lei: cosi rigorosa. Invece piano erano venuti naturali e il mio argomento preferito era stuzzicarla un po’ sul fatto che se avessi potuto ci avrei provato con lei.

Ma erano solo frasi un pochino pruriginose usate così… alla leggera.

Invece quella domanda era tagliente e precisa, secca e non detta per scherzare.

Credo che dalla domanda alla mia risposta sia passato un secondo: “Si”. Un si neutro, un ammissione senza colpa di averlo fatto. Perché era vero. Certo che mi ero masturbato pensandola. Cercando di immaginarla nuda. Cercando di immaginare quale fosse la forma ed il colore dei suoi capezzoli. Li immaginavo rossi accesi e grandi. Cercando di immaginare quale fosse il profumo della sua pelle, quale fosse la consistenza del suo culo. Se le piaceva essere leccata, se si sarebbe lasciata assaggiare, quale fosse il sapore del suo sesso, se parlasse durante il sesso.

“Si”, e il mio respiro si era fatto un po’ più affannoso. La risposta era stata immediata e poi avevo iniziato a pensare a perché mi aveva fatto questa domanda. A quale percorso mentale le avesse portato le parole alle labbra.

Arrossì violentemente ma prosegui imperterrita. “Non ho mai pensato che un uomo si potesse masturbare desiderandomi. Ma è una bella sensazione sapere che lo hai fatto. Lo rifarai?”.

Ora avevo il cuore in gola perché mentre lo diceva già pensavo di farlo, pensando proprio a questo momento e adesso la realtà mi scavalcava… “Lo faresti qui, ora, adesso, per me?”

Mi ci volle qualche secondo per realizzare quello che avevo sentito. “Si”, la mia voce mi aveva preceduto. “Allora fallo”, disse Federica. Poi si alzò dalla sedia dove stava seduta  e si mise sul divano, come per gustarsi uno spettacolo. E lì rimase.

Io scostai la sedia da dietro il tavolo. Piano con gesti che mi venivano incredibilmente fluidi mi tolsi i pantaloni ed i boxer rimanendo con le gambe nude. Mi sedetti sulla sedia a pochi centimetri da lei e cominciai a toccarmi. Federica nulla. Solo se ne stava seduta sul divano con gli occhi addosso a me. Il rossore era scomparso. “A cosa pensi e cosa guardi?”, voleva la cronaca delle mie emozioni.

“Guardo e penso alle tue tette”, dissi secco, cominciando a perdere ritegno via via che l’eccitazione cresceva.

“Vai avanti, raccontami cosa hai nella testa”, infieriva con le parole ma il corpo rimaneva immobile.
“Penso a come possano essere i tuoi capezzoli. Forma, dimensione, odore e sapore della pelle. Se diventano duri quando ti ecciti”, nessuna risposta, solo lo sguardo inchiodato addosso che bruciava sempre più.

“Penso alla tua figa. Al suo sapore, al sapore dei tuoi umori, a quello del tuo orgasmo, a quello della tua… insomma di tutti i liquidi”.

Arrossì un po’.

“Penso ai tuoi piedi, a come li leccherei, al tuo ano, a come lo leccherei”.

“Vieni guardandomi”

Ordine perentorio a cui ubbidii. Inchiodandole gli occhi addosso, negli occhi. Quando abbassai lo sguardo mi accorsi che ero talmente vicino che la mia eiaculazione l’aveva raggiunta. Immerse un dito nella goccia calda di sperma che biancheggiava dalla maglia nera e se lo portò alle labbra.

“Adesso ti va di guardare me?”

Postato da: emandelli a 15:40 | link | commenti
racconti

sabato, 14 febbraio 2009
RACCONTI - Insicurezza in maglia nera


La maglia nera, un po’ infagottata, non riesce nonostante tutti i suoi tentativi ad affogare il profilo del seno. La felpa legata in vita cala invece sul sedere, si può solo immaginane la sagoma. Strano tenere la felpa in vita in casa. Federica si siede al tavolo quadrato della sua cucina mentre l’acqua per il the bolle. Sposta in un angolo il piccolo pc appoggiato sul tavolo, come se il tavolo fosse ingombro, ma il tavolo è vuoto.

Completamente spoglia dal suo ruolo pubblico sembra molto più giovane di quello che è in realtà. I tailleur da sostituto procuratore con cui la si vede spesso nelle foto che compaiono sui giornali pare che non possano neppure trovare spazio nella piccola casa. Chissà dove li tiene?

“Anche se dovessi mettermi in piazza con un cartello in fronte non mi vorrebbe nessuno”. Dice queste parole mentre la guardo. Mentre senza ritegno scendo con gli occhi su e giù. Le braccia nervose, i capelli raccolti, gli occhi spalancati, il seno sensuale che cerca di nascondersi nella maglia nera.

Non riesco a non pensare, e poi non dire, che se questa non fosse la realtà ma un film adesso mi alzerei e le toccherei il collo e poi le spalle cercando con le narici il profumo di questa donna spianata dall’insicurezza che il suo ruolo normalmente non gli permette di vivere.

Ma questa è la realtà. Anche se il profilo rosso attorno ai tetti della piccola città disegna uno skyline di sensuale tramonto se abbasso lo sguardo vedo la mia bicicletta incatenata, e se metto le mani in tasca trovo il promemoria che mi ricorda che devo andare a prendere la carne macinata per il cane.

Ma io ho sembra danzato sul filo della realtà. No non mi alzo. Ma con candore spiazzo Federica dicendole quanto la trovi attraente e sensuale, nonostante il maglione infagottante, nonostante la felpa sul sedere, nonostante il fiume in piena di insicurezza che affoga anche i ferormoni.

Almeno, credevo di spiazzarla di candore, ma non la spiazzo. Anzi, piega un filo il capo, mi ringrazia, ma non lo fa con civetteria da donna che raccoglie ciò che le spetta, ma con dolcezza da ragazza che apprezza una carezza quando le viene data senza chiedersi perché.

“Ti chiamerò Candy Candy”, scherzo dopo che il fiume del racconto delle paure solide pare arrivato alla fonte. Parlo, mi piace farlo quando mi sento libero. Senza ascoltare il suono della mia voce, senza interrogarmi sul senso delle frasi che rimbalzano sul tavolo sgombro, le cadono in grembo e si dissolvono nel dolce the verde tiepido che sorseggia.

La abbraccio sulla porta uscendo per andare dal macellaio. Mi viene un abbraccio fraterno, anche se sento il seno che preme sul petto ed è una bella sensazione. Schiocco un bacio da bambino vicino all’orecchio. Speriamo di non averle sfondato un timpano.

“Sii sicura di te Federica”, le dico da insicuro. “E stato un bel pomeriggio”, mi spiazza lei. Brava, dì le cose che pensi. Poi sblocco il lucchetto e salto sulla bici, magari settimana prossima passo a fare quatto chiacchiere. Ora però devo andare dal macellaio.

Postato da: emandelli a 19:15 | link | commenti (5)
racconti

giovedì, 12 febbraio 2009
VISUALI - Touch blood

frustamiEccoci. I conti non si chiudono mai
La voglia di tornare ciclicamente sul sangue emerge appena ti distrai
La voglia di punizione eroticizzata ha forse un ombra calda che copre il resto delle paure...

Postato da: emandelli a 13:03 | link | commenti
visuali



Template by Fujiko
Header by Em








Heracleum blog & web tools web counter