Prima di arrivare al film perfetto sulle tematiche convento/suore/perversione/ stregoneria “Confessioni proibite di una monaca adolescente”, datato 1976 e di cui abbiamo già parlato, Jess Franco ci aveva provato con un'altra pellicola, 4 anni prima. Leggermente più confusa ma già perfetta nel genere. La scoperta del cineasta spagnolo prosegue con la visione di “Les démons”, uscito nel 1972 (in Italia con il titolo di “Le demone”).
Siamo sempre in Spagna nel periodo dell’inquisizione, lo zio Jess recupera alcune idee lasciate a metà nel 1969 con “The Bloody Judge” e focalizza la tematica che lo porterà alla monaca adolescente.Se nel 1976 la figura della donna sarà raccontata in maniera completamente pura, ricordiamo il film del ’76 è la storia di una ragazza traviata in convento sulla via del male che si mantiene retta fino al finale positivo, qui siamo in una via di mezzo.
Al centro del film due sorelle, Margaret e Kathleen, figlie inconsapevoli di una strega. Strega che sul rogo promette vendetta attraverso le figlie all’inquisitore e ai suoi sgherri. Parte quindi la ricerca delle figlie da parte della perversamente devota Lady de Winter in compagnia del suo sottoposto (da cui però non disdegna di farsi frustare) amante Thomas Renfield. Ritrova le due suore in un convento e decide che una è strega e l’altra no.
Da qui partono amori e torture, sadismi e scopate col demonio, pozioni magiche che rendono scheletri i malvagi con un solo bacio e attese invasioni olandesi.
Costumi ed ambientazioni sono quelli che Franco riutilizzerà nella monaca adolescente con maggiore morbosità. La fotografia dimostra una certa ricercatezza. Come sempre nel cinema dello zio Jess la forza sta anche nella maniera di girare. Qui mischia cinemascope e uso del grandangolo per dare ai personaggi un aspetto inquietante, quasi distorto. Quasi un assaggio del modo di girare metafisico che ritroveremo ad esempio in “Killer barbies”.
Anche la musica ha un importanza centrale. Niente musiche gotiche o rinascimentali, come ci si aspetterebbe da un film del genere, ma lunghe improvvisazioni psichedeliche di cui il regista è anche autore. Musiche che soprattutto nelle scene di sesso contribuiscono a dare corpo morboso a ciò che accade. Scene di sesso che sono comunque molto più castigate di quelle della monaca adolescente, anche se la componente blasfema è altissima. Tipo quando un aitante demonio sodomizza una delle suore sotto un crocifisso.
Non possono mancare le scene lesbiche, due, anche se entrambe hanno un risvolto tragico. Tutte e due le donne che passano tra le braccia di Kathleen muoiono. La madre superiora si suicida poco dopo per il rimorso e Lady de Winter finisce scheletrizzata dopo un cunnilingus da parte della suora, che si finge ospite francese per entrare nella dimora dell’inquisitore. Quasi un'altra visione del vampirismo lesbico che in quegli anni imperava nel cinema di Jess Franco.
Stando alle informazioni in DVD dovrebbe essere uscito solo per la X-Rated Kult in Germania. Ma in rete ne circola una versione in italiano, tranne che per alcuni inserti qua e la in francese e tedesco, con sbalzi di sonoro a livello di volume e della durata di quasi due ore, per cui un montaggio probabilmente vicino all’originale
Può esistere un hard d’autore? Lo zio Jess, Jesus Franco, ci era arrivato 33 anni fa, ben prima che in Italia circolassero i primi mezzi esperimenti di hard core. Ci era arrivato seguendo il suo personale percorso artistico fatto di donne dominanti e vampire, femdom al quadrato, ma comunque schiacciate da”qualcosa”. Un mondo fatto di sessi femminili in primo piano oscillanti tra il disturbante e l’opera d’arte (l’origine del mondo dopo l’arrivo di Franco nel cinema non è più il dipinto di Gustave Courbet esposto a Parigi da ma la vagina di Lina Romay, protagonista quanto lei dei suoi film).
Utilizzando a mo di traccia il romanzo di Oscar Wilde del 1891 “Il ritratto di Dorian Gray” lo zio Jess nel 1976, nel periodo in cui rimbalzava tra Germania e Francia, confeziona un hard d’autore di una bellezza estetica che va oltre il movimento ormonale che vuole raccontare.
“Das bildnis der Doriana Gray”, o più semplicemente “Doriana Gray” è stato girato tra Svizzera e Germania Ovest in pochi giorni schiacciato in mezzo a due delle pellicole più conosciute del cineasta iberico: “Jack the ripper”, che vide nientemeno che Klauss Kinki alla sua corte, e “Greta la donna besta”, il miglior women in prison di Franco con la belva delle Ss Danne Thorne.
Qui tutto si appoggia sulle spalle, o meglio sulle tette e sul sesso, della travolgente Romay, che doppia il ruolo con cui Franco l’aveva scoperta e lanciata dopo la morte della sua musa primordiale Soledad Miranda, ma prima che diventasse sua moglie.
Dall’estetismo di “La comtesse noire” viene ripresa la storia della vampira assetata di liquidi corporei. Da “Vampyros lesbo” la traccia narrativa. Qui la Romay interpreta Doriana e la sua sorella pazza. Mentre una si nutre di fluidi corporei l’altra è presa da deliri masturbatori sadomasochistici nella clinica in cui è rinchiusa
Nel plot, come detto, entrano alcuni elementi di “Vampyros lesbo” e di “La comtesse noire”. Una giornalista americana visita i castello dove vive Doriana, separata dalla nascita dalla sorella pazza. Torna il tema del vampirismo sessuale, gia visto nei due film citati, solo che si fa molto più esplicito. Si sfonda la porta dell’erotico delle due passate pellicole per entrare a pieno titolo nel mondo dell’hard con i rapporti sessuali ripresi senza filtri.
Ma se si cerca un porno masturbatorio da fast forward e “macho” si rimarrà delusi. Il film ha un plot, un pathos, una storia, un senso e soprattutto come sempre nei film di Franco mette l’uomo parecchi piani sotto la donna, sia visivamente che a livello di spessore.
Narrato da una voce out, quella della giornalista compiacente, ha lunghi dialoghi e momenti di un estetismo di immagine ispiratissimi. Certamente si tratta di un film girato per fare cassetta. Ma vale la pena di vederlo, se non altro per capire lo sviluppo del tema della donna vampiro sessuale che tornerà altre volte nella cinematografia di Franco, penso al recente “Killer barbyes”, dove l’italianissma Mariangela Giordano interpreta la contessa von Fledermaus.
Altri titoli con cui il film è uscito mettono in chiaro il suo contenuto: “Dirty Dracula”, “Ejaculations” e “e Marquise des Sade” oltre ad un didascalico “Le portrait de Doriana Gray”.
“Se mi avessero detto che un giorno ti avrebbero eletto il peggior film della storia del cinema mi ci sarei impegnato per farti ancora peggio. Invece tu, come tutti i miei film, hai avuto ciò che ti meritavi. Pochi giorni e via verso i prossimo progetto”.
Titoli di testa...
“E ora, per la prima volta, vi stiamo per offrire la cronaca completa di ciò che accadde in quel fatidico giorno. Vi stiamo per portare tutte le prove, basate solo su una testimonianza segreta, delle povere persone che sopravvissero a questo terrificante complotto. I fatti, i posti. Amici miei, non possiamo più tener celato questo segreto”, il folle predicatore Jerome Criswell vaneggia sullo schermo.
La voce adesso si fa out, fuori schermo. Un disco volante appeso ad un filo dondola sullo schermo.
“Se mi avessero detto che un giorno un film che racconta il tuo dietro le quinte vincerà 2 Oscar (marchio registrato…) forse mi sarei impegnato per infarcirti ancora di più di follie”.
Bela Lugosi in dead, canteranno tra qualche anno i Bauhaus. Ma Bela è morto per davvero. Le poche immagini di lui con un mantello da vampiro girate in un cimitero rimaste inedite vengono utilizzate a profusione nei 78 minuti del film.
Che capigliatura assurda hanno gli extraterrestri, e che unghie lunghe che ha Vampira. E’ arrivata sul set gia conciata come la vediamo nel film. E gli occhi vitrei del wrestler svedese Tor Johnson, spettacolari. Come non poteva Ed prenderli a prestito come effetto speciale gratuito.
La Bomba solare, gli scavafosse, zombie, vampiri ed extraterrestri. Immagini di repertorio dell’esercito americano e russo, scheletri di plastica, astronavi giocattolo.
“Per sostituire Bela andrà benissimo il chiropratico di mia moglie, Tom, va bene è più alto ma che importa. Basterà che reciti per tutto il film con un mantello sul viso. Nessuno avrà qualcosa da ridire”.
“Il film che racconta della mia vita vincerà due Oscar (marchio registrato). In vita mia invece io non vincerò mani nulla. Anche il Golden Turkey Award come peggior film per te arriverà postumo. Nel 1980. Io sarà già morto da due anni. Tagliato fuori come in tutta la vita. Un mito post-mortem!”.
Sessantamila dollari da spendere. Un inezia anche se siamo nel 1956. Sessantamila dollari donati dalla chiesa battista che nei 20 giorni di set convertirà mezza troupe nel caldo set di San Fernando in California (un set che esite ancora)...
(Vampira originale e nella versione colorata del 2005)
Parliamo naturalmente di “Plan 9 from the outher space” di Edward Wood jr., meglio noto come Ed Wood, come ce lo ha raccontato nel 1994 Tim Burton con la faccia di Johnny Deep. Il Burton che si porterà a casa due Oscar (marchio registrato) raccontando in 127 minuti la storia del peggior regista e del film più brutto della storia del cinema, un film che di minuti ne dura 78.
Minuti cosi divisi:3 di titoli finali, 5 di scene di repertorio dell’esercito, altri 7 di scene di Bela Lugosi girate per un altro film e rimaste inutilizzate e 5 di introduzione e di finale con il folle predicatore, reale, Jerome Criswell, uno che aveva previsto che Regan sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti quando ancora faceva l’attore. Aveva previsto anche la fine del mondo nel 1999… ma non tutte le ciambelle riescono col buco.
E Criswell è solo uno degli attori da circo Barnum che Wood fa recitare nel suo film. Bela Lugosi, il mito dei film horror della Hammer, di cui ha solo qualche scena in quanto l’attore è morto durante la preparazione del film viene accreditato come protagonista. In realtà a recitare per il 90 per cento della pellicola è un non attore, il chiropratico della moglie Tom Mason, che non viene neppure accreditato come controfigura. Poi c’è il mastodontico wrestler svedese Tor Johnson, scritturato per gli occhi vitrei ma anche perché tramite suo figlio Wood ebbe gratis auto della polizia e divise da utilizzare durante le riprese. E poi Maila Syrjäniemi, ovvero Vampira, vitino da vespa, occhi stralunati e scollatura da 40 centimetri. Anni dopo fara causa a Cassandra Peterson, ovvero Elvira the mistress of the dark, che i patiti di film horror anni ’80 e di Commodore64 ricorderanno per una serie di film e videogiochi, per aver utilizzato un abbigliamento simile al suo. E poi Paul Marco, un detective che per tutto il film punta la pistola verso se stesso senza che Wood se ne accorga, Gregory Walcott e Mona McKinnon, ovvero i coniugi Trent salvatori del mondo, nonostante Walcott leggendo il copione disse che non avema mai letto nulla di più sconclusionato… ma aveva bisogno di soldi, e che dire di Dudley Manlove e Joanna Lee ovvero Eros e Tanna i due extraterrestri più improbabili che la storia del cinema ricordi?
(Bela Lugosi nella versione originale e colorata del 2005)
Eppure il film diventerà un cult. Il film di Burton, la passione dei cinefili di serie Z, la Legend che nel 2005 ne fa addirittura una versione colorizzata. Il titolo assurdo contribuisce a creare l’alone di mistero: cosa sarà il piano 9 dallo spazio profondo? In realtà, come sempre trattandosi di Ed Wood è una pezza. Il film avrebbe dovuto intitolarsi: “Grave Robbers from Outer Space” (Tombaroli dallo spazio profondo!), ma la chiesa battista che aveva finanziato le riprese si oppose. Così Wood si inventò il titolo assurdo per rimediare. Capolavoro!!!
Il film è di dominio pubblico quindi scaricabile liberamente.
E’ il mio sangue quello che adorna il tuo corpo sai? Lorna non volevo certo battezzarti con le mie paure, volevo solo un'altra volta il tuo sapore, volevo solo un altra volta vederti con gli occhi chiusi mentre le onde ti lambivano.
Ma il mio corpo non risponde mai alle mie intenzioni mentali. Lui ha più paura che mai che non ci sia senso dentro i sensi, che la sensualità non sia sensazione e allora decide di marcare il territorio, di firmare col sangue il nostro legame, di dirti che non potremmo esistere senza.
Vedo un rivolo di sangue che ti cola tra le gambe. Rimango sospeso per un attimo preso dall’immagine fatta di carne e sangue che ho davanti agli occhi, stordito dal profumo del tuo sesso. Poi, plic, cade una goccia dall’alto, da me. A dare linfa a quel rivolo.
Ho paura sai? Dopo i tuoi umori e il mio sangue sono le lacrime ad aggiungersi a questo cocktail che è oltre ad ogni immaginazione. Passi le tue unghie nere ora, sulla pelle glabra del mio petto. Graffiami, ti prego graffiami ed aggiungi altro sangue a questo appiccicoso composto che si sta formando.
Ti adatti al mio respiro Lorna, e mi adatto al tuo. Perché non posso addormentarmi cosi ora, spaventato e protetto, con le tue braccia che fanno da scudo a ogni spavento, ad ogni paura?
Ma il ticchettare del tempo è inarrestabile, i telefoni accesi sul tavolo, le auto che passano sul viale, ogni dannato respiro che mi divide dal silenzio del nulla e mi avvicina al vortice che mi aspetta. Quel vortice sopito da anni in me, spinto giù a forza di pastiglie e di auto convincimento che tutto può esser controllato.
Quello schifoso guazzabuglio di paure e dolori, di sangue e anniversari che formano una traccia indelebile che si stampa sulla mia pelle giorno dopo giorno. Vorrei chiederti di tagliarmi adesso, che il sangue abbia un senso ed un tragitto. Forse vorrei essere in catene nel silenzio, fustigato dalla vendetta che ogni essere umano femminile avrebbe diritto di ottenere.
Non c’è una sola realtà. Lo sai vero Lorna? Permettimi di costruire schegge di realtà dove tu possa nasconderti. Anche se magari incorniciate nel mio sangue.
Lei fa no con la testa, arrossisce un po’ ma sorride.
Mi guarda con i suoi occhi di cristallo castano: “Non sono portata alle lunghe relazioni, alle volte preferisco conquistare una scopata”. Il sorriso adesso vorrebbe essere cinico e violento, credo non lo sia per nulla però.
Se fossimo da soli adesso ti chiederei di spogliarti Lorna, e di stenderti comodamente sul tuo letto. Mi piacerebbe leccare ogni centimetro della tua pelle. Lo penso, ma non lo dico. Lorna sorride, solo guardandomi ha capito il mio pensiero, non proprio innocente.
Scherzando dico che prima o poi ci proverò davvero con lei, come se ci fosse un confine da passare oltre il quale le schermaglie sessuali si fanno più vere e spesse. “Magari ci proverò io con te”, mi dice fulminandomi la pancia e il sesso. Potrei spiegarle come masturbarsi ma dirle che magari lo farei volentieri io diventa più difficile.
So che Lorna ha paure. Come se ci fossero formule segrete che possano ingannare la nausea che sale in lei quando ha paura, quando qualcuno cerca di ingannarla. Una cicatrice di forza quasi reale e dal fascino immenso. Come se la carne potesse essere ingannata e inghiottita dalle vibrazioni.
Combatte una guerra particolare, come me. I territori della sua anima sono occupati dall’accecante paura che si manifesta all’improvviso.
Lorna ti scoperei. Lo penso sempre. So che queste frasi fanno effetto solo nei film, con la musica giusta e l’intonazione giusta, e l’attore giusto diventano battute memorabili. Già ma qual è la musica giusta e soprattutto il tono giusto nella vita per confessare un desiderio?
Non credo di saperlo davvero, provo a dirmelo ma il tono della voce fa ridere. “Dai smettila che sono in astinenza da mesi”, mi dice. Lorna il desiderio ha un profumo? Non lo dico neppure stavolta, mi limito a scusarmi per la mia grezza e goffa insistenza sul tema. Dopotutto sono un uomo Lorna e gli uomini, si sa, a parte quelli dei film, con le battute scritte da uno sceneggiatore donna, sono così.
Se il desiderio avesse un odore chiaro, inequivocabile sai che festa sarebbe. Si andrebbe sempre sicuri di ciò che succederà. Come il metano che viene profumato anche se è inodore per far si che quando c’è una perdita ce ne si accorga e si corra ai ripari.
Lorna lo sai che il tuo corpo non ha spigoli e vertici ma solo arrotondati profili in tre dimensioni? Si, si, ovviamente non dico neppure questo. A parte che scritto è ad effetto ma detto suonerebbe ridicolo, soprattutto perché rischierei di dirlo con gli occhi incollati sulle tette e si sa, uno che ti giarda dritto i capezzoli invece che gli occhi non fa davvero film d’essai.
“Dell’ultima persona che ho scopato non so neppure il nome, volevo fosse così”, alla fine Lorna che ha paura e fatica a svelarsi riesce a parlare davvero con me. “Che formula si può usare per dire che sei una persona bella?”, stavolta lo dico. “Va bene anche questa”, un po’ arzigogolata però ci sta, hai ragione Lorna.
Magari non sentirò mai il sapore del tuo sesso ma va bene lo stesso.
Qualcuno famoso ha detto che il ballo è la cosa più vicina all’atto sessuale che esista. Sarà. Secondo me delle coppie in pista stasera alla Festa dello sport di Remignengo nessuna si farà una sana scopata stanotte, dopo la premiazioni del torneo di beach volley, che in un paese a 400 chilometri della spiaggia più vicina è un bell’assioma, e i fuochi d’artificio offerti da gli sponsor.
Fa un caldo appiccicoso, la pizza con i peperoni mi si ribella nello stomaco, appena sarò a casa mi farò un goccio di Lagavullin con l’aria condizionata e i Fantastici 4 su Boing. Per ora sto seduto sul bordo di un aiuola nella zona industriale di Remignengo. A due passi dalla pista in lamiera dove si balla il liscio.
Oddio il liscio. Al giorno d’oggi è difficile anche chiamarlo così quel meltin pot di musica che mette in un calderone classici anni ’80 remixati come pezzi danze anni ’90, misconosciute tarantelle a triplo senso sessuale degli anni ’60 cantate dalla Bella Baldraccona di turno.
Tra parentesi da questa posizione non riesco neppure a vedere bene nelle generose scollature delle signore cinquantenni di paese. Donne in carne che escono per andare nel piazzale della zona industriale dove c’è la Festa dello sport “messe giù da gara”, per citare uno famoso che non ricordo chi era. Un vaginodromo di cinquantenni e sessantenni che emanano sudore e ferormoni come piovesse.
Ho scoperto che se infilare lo sguardo in una scollatura è un arte difficile sollazzarsi con i piedi è semplice e passa inosservato. Paio solo uno fuori posto con un cappellino degli Ska-P e una maglietta degli Iron Mainden che guarda a terra distratto.
In realtà soppeso. Prima guardo il piede poi cerco di immaginare la signora sopra. Sandalo bianco con zeppa e allacciatura sopra la caviglia. Piede stanco, caviglia che sfrega sul laccetto più alto, unghie non smaltate, piede poco curato. La proprietaria non sarebbe neppure male. Sandalo nero basso alla schiava, piede con pelle un po secca e magro. Le rughette tradiscono l’età, che non c’è. La proprietaria avrà 40 anni portati male. Tacco del 20 scarpa rossa brillanti nata e unghia laccata a tema, eccitantissimo. La proprietaria in realtà è un allampanata ragazza magra e bruttarella. Ma sensuale.
I tre botti del via dei fuochi d’artificio mi strappano dal mio divertente gioco. Mi alzo e alzo la testa. Un quarto d’ora così e la cervicale si farà sentire. Ma fa nulla. Poi ancora tutti in pista. Tanto poi nessuno farà sacrosante scopate perverse e Remignengo.
Mentre nello stereo gracchia una canzone lunga e piena di invettive il buio si è fatto fitto. Sento sotto le dita qualcosa di appiccicaticcio. Lo so, “non è una soluzione lasciarsi sanguinare. Macchiare le lenzuola di sangue amniotico”. L’ho anche cantato oggi.
Passo tutto il tempo libero a scorticarmi le parti del corpo coperte dalla malattia. Quest’estate sono aumentate. Macchie sulle nocche, sulle braccia, sulle gambe. Potessi farei saltare tutte le placche col coltello a serramanico e me ne starei li a sanguinare. Ma forse è meglio cedere: “unguento cortisonico lenisce le giornate trasformando gli anni in lenta ridondanza”.
Una canzone sulla psoriasi, non è neppure un idea originale. Lo ha già fatto un misconosciuto gruppo italiano dei tardi anni ’80. Va bene la intitolerò Psoriasi II. Fa figo. Come se ci fosse chissà che ricerca. Invece è nata in un pomeriggio in cui me ne stavo rintanato in casa a cazzeggiare chiacchierando in rete con un amica.
Un arpeggio elementare di mi e di do che mi girava nella testa da giorni e una manciata di parole. Uscirei ora, andrei a bere e a fare cazzate… Invece cedo al tormento cortisonico. Psocurtan, Diprosone. Nomi che hanno accompagnato la mia infanzia e che ancora oggi sono qui.
Anche mettere i nomi dei farmaci in una canzone non è un idea nuova. Già fatto dai Subsonica. E poi io che avrei da aggiungere? Si il Diatrende per la pressione, dall’Aulin mi sto disintossicando a scatole di Moment.
“Scorticato ancora. Nel cuore e nel cervello attendendo lacrime di fluido antropico”, belle parole per chiudere una canzone. La urlerei ora se non fosse che è notte ed il condominio Aurora dorme infame e malato, come sempre. Manie compulsive che mi strizzano dentro.
Se c’è scritto vietato l’ingresso quello è l’ingresso. Bella frase ad effetto da telefilm demenziale americano.
Danae se ne sta sdraiata supina nel grande letto. Immobile nell’aria immobile dell’ultima ombra della notte, mentre già baluginano lattiginosi nel cielo i primi barlumi del sole caldo della giornata avvenire. Immersa nel silenzio di quel terreno di nessuno che è la notte prima che si trasformi in giorno. Sveglia seppur immobile Danae se ne sta sdraiata supina nel grande letto.
Non fa una mossa Danae quando l’aria appiccicosa della notte morente si smuove al movimento del mio corpo. Non fa una mossa eppur sento che mi osserva, mi percepisce, traccia i miei movimenti lenti. Mi muovo come sull’orlo dell’abisso, parola abusata eppure così agghiacciante e provocante. L’abisso di pochi minuti di nessuno nella notte ferma e morente dall’aria appiccicosa in cui è immersa Danae dal corpo fermo che non fa una mossa.
Danae ha le gambe allungate sul letto, di traverso sul grande letto. E i piedi stesi e tesi come una ballerina classica ibernata nel suo passo di danza più bello. Ma non è ibernata Danae. Quando con la punta delle dita della mia mano sfioro la punta delle dita del suo piede sento calore. Calore che pizzica le mie dita e sale piano come una scossa elettrica nelle mie braccia. Come se fosse un messaggio preciso quando sfioro le dita dalle unghie laccate nere Danae si rigira nel letto mettendosi a pancia in su. Le gambe allungate. Allungate verso di me.
Danae adesso ha gli occhi aperti con lo sguardo che segue una strana traiettoria che segue il suo corpo steso sul letto ed arriva nel punto dove il suo corpo incrocia il mio. Le mie mani che scendono a massaggiare lievi i suoi piedi dalla linea così sinuosa e perfetta. Il mio sguardo segue la stessa traiettoria del suo ma fa il percorso inverso. Scivolando sulle gambe, sul ventre, sul seno, sul collo fino agli occhi aperti di Danae nella notte che sta rantolando i suoi ultimi respiri.
Inarca leggermente il corpo Danae, con un movimento che pare impercettibile ma è prolungato e accentuato. La schiena si stacca leggermente dal letto caldo, così come i glutei. Allunga le braccia lungo i fianchi e quasi senza che si percepisca un vero movimento si sfila le mutandine bianche e rosse che scendono piano lungo le gambe fino ad arrivare alle mie mani. Sento il profumo del suo sesso e aspiro profondamente per fissarmelo nelle narici. Il corpo inarcato ora torna in posizione di risposo disteso lungo il letto come quello di una maya desnuda moderna e profumata.
Quasi senza accorgermene proseguo a massaggiarle piano i piedi. Danae con un altro movimento impercettibile ha slacciato il gancio del reggiseno facendo scivolare fuori dalle coppe i seni che assumono la loro posizione naturale. Stupendamente adagiati sul corpo solo lievemente illuminati dalla luce che secondo per secondo si fa più forte nel nome del giorno che sta arrivando. Il respiro di Danae ora si è fatto regolare. Dorme Danae nella luce che adesso è quasi abbagliante.