Prima di arrivare al film perfetto sulle tematiche convento/suore/perversione/ stregoneria “Confessioni proibite di una monaca adolescente”, datato 1976 e di cui abbiamo già parlato, Jess Franco ci aveva provato con un'altra pellicola, 4 anni prima. Leggermente più confusa ma già perfetta nel genere. La scoperta del cineasta spagnolo prosegue con la visione di “Les démons”, uscito nel 1972 (in Italia con il titolo di “Le demone”).
Siamo sempre in Spagna nel periodo dell’inquisizione, lo zio Jess recupera alcune idee lasciate a metà nel 1969 con “The Bloody Judge” e focalizza la tematica che lo porterà alla monaca adolescente.Se nel 1976 la figura della donna sarà raccontata in maniera completamente pura, ricordiamo il film del ’76 è la storia di una ragazza traviata in convento sulla via del male che si mantiene retta fino al finale positivo, qui siamo in una via di mezzo.
Al centro del film due sorelle, Margaret e Kathleen, figlie inconsapevoli di una strega. Strega che sul rogo promette vendetta attraverso le figlie all’inquisitore e ai suoi sgherri. Parte quindi la ricerca delle figlie da parte della perversamente devota Lady de Winter in compagnia del suo sottoposto (da cui però non disdegna di farsi frustare) amante Thomas Renfield. Ritrova le due suore in un convento e decide che una è strega e l’altra no.
Da qui partono amori e torture, sadismi e scopate col demonio, pozioni magiche che rendono scheletri i malvagi con un solo bacio e attese invasioni olandesi.
Costumi ed ambientazioni sono quelli che Franco riutilizzerà nella monaca adolescente con maggiore morbosità. La fotografia dimostra una certa ricercatezza. Come sempre nel cinema dello zio Jess la forza sta anche nella maniera di girare. Qui mischia cinemascope e uso del grandangolo per dare ai personaggi un aspetto inquietante, quasi distorto. Quasi un assaggio del modo di girare metafisico che ritroveremo ad esempio in “Killer barbies”.
Anche la musica ha un importanza centrale. Niente musiche gotiche o rinascimentali, come ci si aspetterebbe da un film del genere, ma lunghe improvvisazioni psichedeliche di cui il regista è anche autore. Musiche che soprattutto nelle scene di sesso contribuiscono a dare corpo morboso a ciò che accade. Scene di sesso che sono comunque molto più castigate di quelle della monaca adolescente, anche se la componente blasfema è altissima. Tipo quando un aitante demonio sodomizza una delle suore sotto un crocifisso.
Non possono mancare le scene lesbiche, due, anche se entrambe hanno un risvolto tragico. Tutte e due le donne che passano tra le braccia di Kathleen muoiono. La madre superiora si suicida poco dopo per il rimorso e Lady de Winter finisce scheletrizzata dopo un cunnilingus da parte della suora, che si finge ospite francese per entrare nella dimora dell’inquisitore. Quasi un'altra visione del vampirismo lesbico che in quegli anni imperava nel cinema di Jess Franco.
Stando alle informazioni in DVD dovrebbe essere uscito solo per la X-Rated Kult in Germania. Ma in rete ne circola una versione in italiano, tranne che per alcuni inserti qua e la in francese e tedesco, con sbalzi di sonoro a livello di volume e della durata di quasi due ore, per cui un montaggio probabilmente vicino all’originale
Può esistere un hard d’autore? Lo zio Jess, Jesus Franco, ci era arrivato 33 anni fa, ben prima che in Italia circolassero i primi mezzi esperimenti di hard core. Ci era arrivato seguendo il suo personale percorso artistico fatto di donne dominanti e vampire, femdom al quadrato, ma comunque schiacciate da”qualcosa”. Un mondo fatto di sessi femminili in primo piano oscillanti tra il disturbante e l’opera d’arte (l’origine del mondo dopo l’arrivo di Franco nel cinema non è più il dipinto di Gustave Courbet esposto a Parigi da ma la vagina di Lina Romay, protagonista quanto lei dei suoi film).
Utilizzando a mo di traccia il romanzo di Oscar Wilde del 1891 “Il ritratto di Dorian Gray” lo zio Jess nel 1976, nel periodo in cui rimbalzava tra Germania e Francia, confeziona un hard d’autore di una bellezza estetica che va oltre il movimento ormonale che vuole raccontare.
“Das bildnis der Doriana Gray”, o più semplicemente “Doriana Gray” è stato girato tra Svizzera e Germania Ovest in pochi giorni schiacciato in mezzo a due delle pellicole più conosciute del cineasta iberico: “Jack the ripper”, che vide nientemeno che Klauss Kinki alla sua corte, e “Greta la donna besta”, il miglior women in prison di Franco con la belva delle Ss Danne Thorne.
Qui tutto si appoggia sulle spalle, o meglio sulle tette e sul sesso, della travolgente Romay, che doppia il ruolo con cui Franco l’aveva scoperta e lanciata dopo la morte della sua musa primordiale Soledad Miranda, ma prima che diventasse sua moglie.
Dall’estetismo di “La comtesse noire” viene ripresa la storia della vampira assetata di liquidi corporei. Da “Vampyros lesbo” la traccia narrativa. Qui la Romay interpreta Doriana e la sua sorella pazza. Mentre una si nutre di fluidi corporei l’altra è presa da deliri masturbatori sadomasochistici nella clinica in cui è rinchiusa
Nel plot, come detto, entrano alcuni elementi di “Vampyros lesbo” e di “La comtesse noire”. Una giornalista americana visita i castello dove vive Doriana, separata dalla nascita dalla sorella pazza. Torna il tema del vampirismo sessuale, gia visto nei due film citati, solo che si fa molto più esplicito. Si sfonda la porta dell’erotico delle due passate pellicole per entrare a pieno titolo nel mondo dell’hard con i rapporti sessuali ripresi senza filtri.
Ma se si cerca un porno masturbatorio da fast forward e “macho” si rimarrà delusi. Il film ha un plot, un pathos, una storia, un senso e soprattutto come sempre nei film di Franco mette l’uomo parecchi piani sotto la donna, sia visivamente che a livello di spessore.
Narrato da una voce out, quella della giornalista compiacente, ha lunghi dialoghi e momenti di un estetismo di immagine ispiratissimi. Certamente si tratta di un film girato per fare cassetta. Ma vale la pena di vederlo, se non altro per capire lo sviluppo del tema della donna vampiro sessuale che tornerà altre volte nella cinematografia di Franco, penso al recente “Killer barbyes”, dove l’italianissma Mariangela Giordano interpreta la contessa von Fledermaus.
Altri titoli con cui il film è uscito mettono in chiaro il suo contenuto: “Dirty Dracula”, “Ejaculations” e “e Marquise des Sade” oltre ad un didascalico “Le portrait de Doriana Gray”.
“Se mi avessero detto che un giorno ti avrebbero eletto il peggior film della storia del cinema mi ci sarei impegnato per farti ancora peggio. Invece tu, come tutti i miei film, hai avuto ciò che ti meritavi. Pochi giorni e via verso i prossimo progetto”.
Titoli di testa...
“E ora, per la prima volta, vi stiamo per offrire la cronaca completa di ciò che accadde in quel fatidico giorno. Vi stiamo per portare tutte le prove, basate solo su una testimonianza segreta, delle povere persone che sopravvissero a questo terrificante complotto. I fatti, i posti. Amici miei, non possiamo più tener celato questo segreto”, il folle predicatore Jerome Criswell vaneggia sullo schermo.
La voce adesso si fa out, fuori schermo. Un disco volante appeso ad un filo dondola sullo schermo.
“Se mi avessero detto che un giorno un film che racconta il tuo dietro le quinte vincerà 2 Oscar (marchio registrato…) forse mi sarei impegnato per infarcirti ancora di più di follie”.
Bela Lugosi in dead, canteranno tra qualche anno i Bauhaus. Ma Bela è morto per davvero. Le poche immagini di lui con un mantello da vampiro girate in un cimitero rimaste inedite vengono utilizzate a profusione nei 78 minuti del film.
Che capigliatura assurda hanno gli extraterrestri, e che unghie lunghe che ha Vampira. E’ arrivata sul set gia conciata come la vediamo nel film. E gli occhi vitrei del wrestler svedese Tor Johnson, spettacolari. Come non poteva Ed prenderli a prestito come effetto speciale gratuito.
La Bomba solare, gli scavafosse, zombie, vampiri ed extraterrestri. Immagini di repertorio dell’esercito americano e russo, scheletri di plastica, astronavi giocattolo.
“Per sostituire Bela andrà benissimo il chiropratico di mia moglie, Tom, va bene è più alto ma che importa. Basterà che reciti per tutto il film con un mantello sul viso. Nessuno avrà qualcosa da ridire”.
“Il film che racconta della mia vita vincerà due Oscar (marchio registrato). In vita mia invece io non vincerò mani nulla. Anche il Golden Turkey Award come peggior film per te arriverà postumo. Nel 1980. Io sarà già morto da due anni. Tagliato fuori come in tutta la vita. Un mito post-mortem!”.
Sessantamila dollari da spendere. Un inezia anche se siamo nel 1956. Sessantamila dollari donati dalla chiesa battista che nei 20 giorni di set convertirà mezza troupe nel caldo set di San Fernando in California (un set che esite ancora)...
(Vampira originale e nella versione colorata del 2005)
Parliamo naturalmente di “Plan 9 from the outher space” di Edward Wood jr., meglio noto come Ed Wood, come ce lo ha raccontato nel 1994 Tim Burton con la faccia di Johnny Deep. Il Burton che si porterà a casa due Oscar (marchio registrato) raccontando in 127 minuti la storia del peggior regista e del film più brutto della storia del cinema, un film che di minuti ne dura 78.
Minuti cosi divisi:3 di titoli finali, 5 di scene di repertorio dell’esercito, altri 7 di scene di Bela Lugosi girate per un altro film e rimaste inutilizzate e 5 di introduzione e di finale con il folle predicatore, reale, Jerome Criswell, uno che aveva previsto che Regan sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti quando ancora faceva l’attore. Aveva previsto anche la fine del mondo nel 1999… ma non tutte le ciambelle riescono col buco.
E Criswell è solo uno degli attori da circo Barnum che Wood fa recitare nel suo film. Bela Lugosi, il mito dei film horror della Hammer, di cui ha solo qualche scena in quanto l’attore è morto durante la preparazione del film viene accreditato come protagonista. In realtà a recitare per il 90 per cento della pellicola è un non attore, il chiropratico della moglie Tom Mason, che non viene neppure accreditato come controfigura. Poi c’è il mastodontico wrestler svedese Tor Johnson, scritturato per gli occhi vitrei ma anche perché tramite suo figlio Wood ebbe gratis auto della polizia e divise da utilizzare durante le riprese. E poi Maila Syrjäniemi, ovvero Vampira, vitino da vespa, occhi stralunati e scollatura da 40 centimetri. Anni dopo fara causa a Cassandra Peterson, ovvero Elvira the mistress of the dark, che i patiti di film horror anni ’80 e di Commodore64 ricorderanno per una serie di film e videogiochi, per aver utilizzato un abbigliamento simile al suo. E poi Paul Marco, un detective che per tutto il film punta la pistola verso se stesso senza che Wood se ne accorga, Gregory Walcott e Mona McKinnon, ovvero i coniugi Trent salvatori del mondo, nonostante Walcott leggendo il copione disse che non avema mai letto nulla di più sconclusionato… ma aveva bisogno di soldi, e che dire di Dudley Manlove e Joanna Lee ovvero Eros e Tanna i due extraterrestri più improbabili che la storia del cinema ricordi?
(Bela Lugosi nella versione originale e colorata del 2005)
Eppure il film diventerà un cult. Il film di Burton, la passione dei cinefili di serie Z, la Legend che nel 2005 ne fa addirittura una versione colorizzata. Il titolo assurdo contribuisce a creare l’alone di mistero: cosa sarà il piano 9 dallo spazio profondo? In realtà, come sempre trattandosi di Ed Wood è una pezza. Il film avrebbe dovuto intitolarsi: “Grave Robbers from Outer Space” (Tombaroli dallo spazio profondo!), ma la chiesa battista che aveva finanziato le riprese si oppose. Così Wood si inventò il titolo assurdo per rimediare. Capolavoro!!!
Il film è di dominio pubblico quindi scaricabile liberamente.
Anno di grazia 1972, di grazie per Jess Franco. Torniamo a parlare del prolifico regista iberico. Dicevamo del 1972. Un anno incredibile in cui il Tio Jess ha messo in fila 11 film, un record imbattibile (se non forse da un regista di hard), praticamente un film al mese, tolto agosto che le ferie spettano a tutti…
Vogliamo focalizzarci su uno solo, per ora, di quegli 11 film datati 1972: “Le journal intime d'une nymphomane”, che per una volta non ebbe una traduzione scellerata nella nostra lingua, anche se in realtà incredibilmente il titolista si dimostrò poco avvezzo col francese traducendo journal, diario, con giornate. Il film esce quindi in Italia con il titolo di: “Le giornate intime di una giovane donna”, tagliando quel ninfomane che era stato per una volta aggiunto in maniera fondata.
Diario o giornate il senso lo si afferra lo stesso. A dispetto di altre pellicole dello spagnolo del periodo dove contava molto di più l’atmosfera e l’immagine che la solidità della trama qui ci troviamo al cospetto di una trama solida e ben strutturata.
Linda è una giovane prostituta. La vediamo agganciare un cliente in un night club, passare una notte a bere e poi portarselo a casa. Quando l’uomo si addormenta sfinito Linda fa una telefonata alla polizia. “Venite e appena stata uccisa una donna”. Subito dopo si taglia la gola accasciandosi sull’uomo che viene cosi colto dalla polizia in apparente fragrante. Colpevole! Finisce in galera.
Entra in scena la sua giovane moglie: Rosa. La vediamo la prima volta austera e seria che suona il pianoforte. Arriva la notizia. Il marito si professa innocente. Rosa non ci crede ma decide lo stesso di indagare.
Il film ora si srotola su due piani. Gli incontri di Rosa con le amanti di Linda che le narrano la vita della ragazza, che noi vediamo come una serie di flashback. In uno dei primi capiamo da subito il movente del delitto. Franco mette in chiaro che il film non è un giallo. La giovane Linda appena arrivata in città dalla campagna viene violentata dall’uomo che farà incolpare.
Quella violenza le spezza la vita. Diviene ninfomane, alla spasmodica ricerca del piacere senza mai davvero raggiungerlo. Riesce ad avere relativa pace solamente con le donne. Le due amanti: la contessa Anna de Monterrey e la ballerina cubana Maria Toledano, sono le narratrici della vicenda a Rosa. Soprattutto la seconda legge lunghi tratti della storia dal diario di Linda.
Le due lunghe narrazioni fanno cambiare Rosa. Una trasformazione evidente sia fisicamente che mentalmente. Nel finale prende coscienza che forse anche lei preferirebbe un amante donna. Le scene lesbiche con la ballerina cubana sono però più dolci che sensuali.
Franco mette da parte per una volta la sua incredibile smania di femminilità per mettere al centro della pellicola la sua visuale femminea facendo diventare il film un vero e proprio manifesto femminista. In tutte le pellicole di Jess Franco gli uomini escono malconci, o sono tuttalpiù sottomessi alla superiorità femminile, arrivando ad essere addirittura personaggi macchiettisitici, ma mai come in questo caso l’uomo è figura meschina, insignificante, inutile.
In generale il film mantiene alto l’interesse per tutti gli 86 minuti di durata. Uscito in diverse versioni, come da tradizione per Franco, anche in una versione hard datata 1977 che però è praticamente scomparsa dalla circolazione. Anche il film originale è di difficile reperibilità. Mai ristampato su dvd per le beghe legali del produttore francese circola in una versione su vhs dove al doppiaggio Italiano sono state integrate diverse scene che erano state tagliate all’epoca dell’uscita, con il doppiaggio in inglese.
E’ in uscita “Gli abbracci spezzati”, il nuovo e diciassettesimo film di Pedro Almodovar. Un noir commedia che forse segna il ritorno del cineasta spagnolo al gusto dell’assurdo delle origini. Dopo i “seri” pur se bellissimi “Volver”, “Tutto su mia madre”, “La mala education”, forse si tornerà a respirare quell’aria che nei primi anni ’80 fecero del regista spagnolo un cineasta cult.
In molti non conoscono le prime pellicole di Almodovar. Quelle che mostravano i suoi riferimenti culturali. Neppure su Wikipedia si trovano uno straccio di informazioni… (a parte per il primo film, le stesse identiche parole che leggerete qui… visto che l’autore è lo stesso).
Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio
Il primo film del cineasta spagnolo introduce già tutte le sue tematiche preferite: sesso, diversità, colore, gusto del trash. La protagonista è una delle sue muse, che apparirà in quasi tutti i suoi film, una giovanissima Carmen Maura, che interpreta Pepi. Una ragazza della Madrid post franchista tutta sesso droga e rock’n’rool. A seguito di una violenza subita da un poliziotto, per evitare la denuncia per le piante di marijuana che coltiva sul terrazzo, Pepi decide di vendicarsi traviando la moglie di lui.
Una donna frustrata, con tendenze al masochismo, che si scopre lesbica tra le braccia di Bom. Una carrellata di perversioni di ogni tipi vissute con leggerezza. Almodòvar comincia cosi a sdoganare la diversità sessuale, tutta la diversità.
Girato con pochissimi mezzi e in pochi giorni è un opera prima caciarona e sghagherata che pone subito lo spagnolo all’attenzione dei curiosi cinefili che vedono in lui una sorta di Russ Meyer europeo.
Labirinti di passioni
L’opera seconda del regista iberico è un manifesto camp dove l’atmosfera conta più della trama. Mai come in questa pellicola si avvicina al gusto per l’assurdo di un suo connazionale, Jess Franco, anche se molti pensano all’opera di Richard Lester.
Sexilia, Cecilia Roth un latra delle muse del regista che tornerà in parecchi film, è la leader di un gruppo rock, le coloratissime Las Ex. Con lei Reza Niro, un omosessuale assediato da un gruppo di khomeinismi e costretto a travestirsi per sfuggire ai loro agguati.
La trama è tutta qui. Sesso a vagonate, anzi paranoie e problemi legati al sesso. Il fim è ricordato più per essere l’esordio, con una piccolissima parte, di un prossimo grande Attore Antonio Banderas.
L’indiscreto fascino del peccato
Il terzo film del regista spagnolo è una commediaccia nera che potrebbe benissimo essere una produzione della Troma, o un sottoprodotto di Jess Franco: ricorda molto “Le sexigoditrici”.
La trama è esilissima: una cantante di flamenco in fuga dopo la morte del fidanzato per overdose si rifugia in un convento. Qui le suorine sono tutto tranne che timorate donne di dio. Suor Squallida, suor Perdita, suor Maltrattata, sono una congrega di ninfomani, masochiste, lesbiche e assatanate di sesso.
Tra le diversità che tornano oltre a quella dell’omosessualità c’è quella ad inclinazioni sadomasochistiche. L’inclinazione al bdsm avrà una pellicola tutta sua Legami.
Il film è un attacco diretto, pur se sgangherato alla Almodòvar ad una delle istituzioni piu amate e importanti in Spagna: la chiesa cattolica. Il produttore si spaventò e massacrò il film di tagli riducendolo da 115 minuti ad 87. Il culto era comunque nato.
Dopo una pausa di un film torna Carmen Maura, nel ruolo di suor Perduta.
Dopo questa prima triade inizia una storia diversa. Di contaminazione. Già da “Cosa ho fatto io per meritarmi questo” le atmosfere combiano. Elementi di melodramma, feuilleton, erotico e mille altre schegge si fanno largo nella poetica del regista. E sarebbe bello dedicare spazio, molto spazio, a queste pellicole che portano dal terzo film al successo. “Legami”, “Martador”, “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” (prima consacrazione del cienasta al pubblico internazionale)… Magari ne parleremo… Chissà, chissà, chissà….(citazione)
Il concorso di erezioni generali di Pepi, Luci, Bom...
Silvia Superstar urla come un ossessa sul palco, la voce graffia. Si ascolta la canzone, un pezzaccio punk’n’rool molto orecchiabile e grezzo, e si guardano le sue forme sfrontate, sudate, in vista.
Torniamo a parlare di Spagna delirante e di Jess Franco. La scena è infatti l’attacco del film “Killer barbys”, pellicola metafisica del 1996 in cui il cineasta spagnolo si sbizzarrisce nelle sue solite tematiche cult: sesso e vampirismo, aggiungendo palate di rock e un nuovo modo di intendere le immagini. Il gruppo si chiama esattamente come il film, anzi no, si chiama Killer Barbies, ed è una band cult in Spagna, al pari di Ska-p e simili. Il nome differisce da quello del film per precauzione del regista, visto che nella pellicola non recita tutta la band ma solo una parte. C’è si Silvia Superstar, icona della band, ma manca ad esempio il Dottor Muerte.
La trama è scheletrica, come sempre nei film di Tio Jess. Una band scalcagnata tra una tappa e l’altra del tour finisce persa nella campagna e si imbatte in un castello, insomma un attacco a la “Rocky horror picture show”. Gli abitanti del castello non sono tranquillizzanti, come ovvio.
Ci sono Arkan ma soprattutto la sua padrona, la bicentanaria contessa von Fledermaus, una spettacolare Mariangela Giordano, da noi riscoperta in terza età, ad esempio come protagonista di “Io e mia sorella” di Carlo Verdone, ma è una che ha alle spalle una trentina di film disparati dal morboso “Malabimba” a “Ursus”. Nel 1996 aveva già 50 e passa anni e recita quasi sempre nuda, mostrando un gran corpo. Ma il suo corpo ha un segreto. Per mantenersi giovane deve bere con regolarità sangue bollente e sperma.
Facile immaginare che fine farà parte della band. Ma il film non è drammatico o horror in senso stretto. Ci sono parti fortemente ciniche e ironiche, quasi a parodiare se stesso. Ma la parte di certo più interessante è la fotografia. La scena è quasi sempre immersa in nebbia secca e il taglio vira o sul blu intenso o sul rosso intenso. Un cinema metafisico con prospettive da fish eye che lasciano spesso basiti.
Nel 1968, in piena rivoluzione, lui si inventa il ruolo di zia erotica ed eroticizzata. Parliamo di Salvatore Samperi, il regista italiano scomparso pochi giorni or sono.
Venticinque film in 40 anni di carriera, neppure tanti. Due soprattutto che hanno infettato il cinema erotico casareccio all’italiana lanciando nell’immaginario erotico le zie libidinose e Laura Antonelli. Parliamo ovviamente dell’esordio alla regia, “Grazie zia”, datato 1968 con Lisa Gastoni e “Malizia”, che nel 1973 lancia una delle piu forti icone del cinema erotico all’Italiana: Laura Antonelli. Le sue tette, il suo essere “donna umida” la rendono icona morbosa del cinema Italiano di quegli anni. Molto più di “zia Edwige” che ha sempre dispensato il suo corpo in commediacce scostumate dove l’erotismo era smussato dai mostri dell’Italietta degli anni ’70.
Samperi invece mette vera morbosità nelle sue pellicole. Mette il rapporto incestuoso tra nipote e zia nell’esordio, sesso e autodistruzione, sesso e morte. Mette il sud profondo e gli ambienti chiusi di “Malizia”, dove sorpassa a destra Tinto Brass nella aria patologica che il sesso assume in queste storie piccole, magari comuni, che tutti hanno sfiorato, e proprio per questo ad alto tasso ormonale proibito. Cappa di proibizione che fa rizzare l’uccello per ovvia reazione.
Anche in parecchi altri film della sua filmografia Samperi lascia filtrare l’erotismo proibito di provincia. Spesso sporcato dalla proibizione morale della famiglia, come in “Casta e pura”, della diffrenza di età, come nella storia della signora bene di “Scandalo” che si suiciderà dopo la storia con il garzone minorenne, da fetish delle immagini, come in “Fotografando Patrizia”, in cui usa la Guerritore, le fantasie erotiche per le donne morbide che si materializzano in “Peccato veniale”, dove le tette di Ria de Simone diventano un ossessione, e comunque c’è anche una cognata che seduce…
Anche in film di cassetta come i due episodi ispirati alle “Strumtruppen” il buon Samperi riesce a infilare erotismo proibito. Da riscoprire. Speriamo che adesso, visto che purtroppo se ne è andato, vengano riproposti i suoi film.
“Vampyros lesbos” è un film d’amore. Proseguo a raccontare in maniera totalmente acronologica l’epopea di Jess Franco affondando uno dei film del cineasta spagnolo di cui più si parla, ma che forse è stato visto da pochi. In Italia sicuramente pochissimi, non usci nei cinema nel 1970, è diventato usufruibile solo con l’avvento del DVD in un edizione in lingua tedesca sottotitolato, non esiste una versione doppiata nella nostra lingua.
Classificato nei due generi “classici” per Franco, horror ed erotico, ha in realtà in se un impasto perfetto dei due generi che da vita ad un terzo genere. Una storia d’amore al femminile e psichedelica.
Per una volta non ci sono decine di versioni di questa pellicola, ma fondamentalmente solo due, e tutte e due spiegabili e con un senso. La versione uscita in Germania e Francia, col titolo originale di “Vampyros lesbos”, e la versione edulcorata, e con un climax e una trama abbastanza diversi, girata per la Spagna bacchettona con titololo “Las vampiras”. Esiste una terza versione, un ibrido tra le due pellicole messo assieme con la benedizione del regista pochi anni or sono per il mercato del homevideo iberico, ma che lascia con l’amaro in bocca.
La trama. Siamo ad Istanbul, una giovane coppia è in un locale dove si svolge una perfomance erotica. Nadine, la vampira protagonista, si spoglia e rivesta della sua biancheria una modella che sta immobile come fosse un manichino. La ragazza delle coppia è palesemente sconvolta.
Lo si capirà quando poco dopo assistiamo ad una sua seduta psicanalitica. Quella dark woman lei la sogna da anni, sono sogni che le creano panico ma anche piacere. E vederla in carne e ossa l’ha spaventata ed eccitata.
Recandosi in Anatolia per una faccenda legale con una contessa scopre che quella contessa, discendente dai Dracula, è la donna che sogna. Si lascia trasportare dalla passione. Ma è combattuta.
Credendola morta sviene e si risveglia in una clinica di un dottore che fa ricerche sul vampirismo, e dove si trova Agra, la precedente amante della contessa Nadine. Intanto arriva il fidanzato Omar. Ma il richiamo della vampira è troppo forte. Torna da lei. Un amore contrastato tra lasciarsi andare e non volere diventare una non morta.
Dopo la seconda visita alla clinica apprende come uccidere la vampira e spezzare l’incantesimo. Intanto Omar rivede quella performance al Nignt, dove stavolta la vampira uccide la sua modella con un morso.
Prima dell’epilogo c’è spazio per una comparsata sadomaso di Jess Franco che interpreta il marito di Agra.
Susan torna all’isola della vampira. Dopo un bacio sensualissimo le conficca lo spillone nell’occhio.
Ho molto asciugato la trama, tralasciando di parlare della presenza di Morpho, il servitore della contessa, l’unico uomo che non sia sgradevole, o un appendice inutile, della pellicola. Una costante di molti film di Franco. Le donne sono splendide, riprese con amore. E gli uomini sgradevoli, non degni di possederle. Se non come servi muti come Morpho, che si permette un lieve bacio alla sua padrona solo quando la vede morta e prima di suicidarsi.
Un film d’amore, dicevo, indubbiamente d’amore. Le due protagoniste si amano fino alla spasmo, nell’impossibilità di aversi senza arrivare all’autodistruzione per la sete di sangue di Nadine.
Per tutto il corpus del film sono sparsi segnali simbolici che tornano, l’aquilone, la nave e soprattutto lo scorpione. Che muore poco prima della contessa, che si trova sul letto morente con le braccia protese quasi fossero le chele dello scorpione.
Ben poco horror, ma malinconia struggente per un amore impossibile. Molto meno eroso che ad esempio nella “Contesse noir” di cui abbiamo parlato sopra. Le scene di nudo sono dosate con maestria e sono riprese in maniera stupenda. Una fotografia visionaria e una colonna sonora a metà tra jazz e psichedelica entrata da subito nella zona cult.
Imprescindibile. Pellicola definitiva della musa di Jess Franco pre Lina Romay. Quella Soledad Miranda che morirà tragicamente da li a poco. Franco proverà a sostituirla con Christina von Blanc per poi trovare la magnetica Romay, che esordisce in pratica con un film epigono di “Vampyros lesbos”, quella “Contesse noir” di cui abbiamo già parlato, e che diventerà la sua compagna di vita.
(un "bigino" di nove minuti con le scene migliori del film)
Più mi inoltro nella filmografia di Jess Franco e più penso che il cineasta spagnolo sua un Kubrick con l’ossessione del sesso e il tocco horrorifico nelle pennellate del miglior Lucio Fulci.
Il mio viaggio senza nessuna pretesa cronologica nella sterminata filmografia di Tio jess è passato in questi giorni attraverso una pellicole, che come sempre, ha una storia tutta sua. Una pellicola di cui , come è sempre, è difficile dare un titolo previsto. In Italia p uscita come “Una vergine tra i morti viventi”, ma anche come “I desideri erotici di Christine”, ma come sempre i due titoli sfiorano solamente il climax del film. Anche gli altri titoli con cui è conosciuta non accarezzano per nulla il suo senso: “Christina principesse de l’erotisme”, “Los suenos erotico de Christina” e via dicendo.
Del film Franco dice: “E’ un piccolo film che amo molto, In genere io non amo i miei film ma questo è speciale. Ho messo tanto di me stesso e crdo che sia interessante e piacevole dia vedere”.
La storia. La giovane Chrsitina, Cristina von Blanc, che ha preso il posto della scomparsa tragicamente Soledad Miranda, arriva in un piccolo paese alla ricerca dei suoi parenti, dopo che ha passato l’infanzia in collegio. Ha saputo del suicidio del padre e nel castello dove ha vissuto si svolgerà la lettura dell’eredità. Tutti in paese dicono che il castello è disabitato. Ma una volta arrivata la ragazza trova un allegra combriccola di personaggi. Un servo muto, interpretato dallo stesso Jess Franco, uno zio che suona il piano guardando i parenti morire, delle cugine lesbiche e ninfomani, il fantasma del padre con la corda al collo e una misteriosa signora.
Il film è fatto a sogni concentrici. Ogni volta che la ragazza precipita in un incubo si risveglia e ne parte uno nuovo ancor più straniante. Così che si abbia l’impressione che non ci sia un solo momento di realtà in tutto il film. Se non forse alla fine quando la ragazza si risveglia in letto di ospedale, forse psichiatrico, la dove era partita all’inizio, anche se in prima batuta non si capiva all’inizio quale fosse il punto di partenza. Qui tende la mano verso il nulla, verso la scena finale in cui un corteo aperto da lei e la misteriosa signora nera, si immerge nello stagno di fronte al castello, seguito da tutta la processione degli strani parenti incontrati nel film.
Ora capirete che già nella caduta a mo di sogno il paragone con il Kubrick di “2001 odissea nello spazio” calzi benissimo.
Nel film ci sono momenti di un lirismo impressionate, per due volte la caduta nell’incubo sogno sensuale di liberazione della protagonista è punteggiato dall’immagine di lei stesa a terra nuda, in posizione da crocifissa, che ricorda molto il manifesto contro la violenza alle donne che in questi giorni tante polemiche ha suscitato a Milano.
(una foto dal film e il maifesto di telefono rosa, che sia una citazione?)
Tutto è reso ancora più straniante dalla colonna sonora di Bruno Nicolai, che se parte con accenni ai migliori Goblin si trasforma presto in una sorta di voce narrante, sostituendo i dialoghi in lunghe scene, con rumori che lasciano il posto a partiture tribali e psichedeliche.
La versione che ho visionato è quella francese, con doppiaggio Italiano, la più vicina a quello che doveva essere il film originale, che avrebbe dovuto intitolarsi “La notte delle stelle cadenti” e che fu presentato a Cannes nel 1971.
Da li partì una vicenda folle, come sempre nei film di Franco. Acquistato d produttori senza scrupoli usci in due versioni. Una horrorifica, con inserti di zombi, che centrano nulla e che sono bruttissimi, e una hard, con tanto di orgia centrale, che centra ancora meno con il climax della pellicola.
Realizzare un film di vampiri senza una sola goccia di sangue. La casuale immersione nel magmatico mondo di Jess Franco prosegue. Dopo essere passati attraverso uno dei film minori della sua sterminata produzione ci immergiamo in una delle pellicole di cui i francomani parlano di più.
Il titolo. Qui sorge il primo problema ci sono talmente tante versioni di questo film che è difficile dire di preciso quale sia il titolo. Il titolo con il quale è più conosciuto, e che forse dipinge meglio lo spirito del film, è “La comtesse noire”. La versione che personalmente ho procurato, quella edita in Dvd dalla Ermitage, e che stando a quanto ho capito è la più vicina a quello che doveva essere il film originale voluto da Franco, si intitola “Un caldo corpo di donna”, anche se nei titoli di testa il titolo riportato è “Female vampire”. In Francia usci come “La comtesse aux seins nus”, la versione hardcore tedesca “Lusternde Vampire in Spermareusch”. E' conosciuto anche come “Erotikiller”, “Erotikill: the loves of Irina” e “Les avelauses”.
Pressoché ad ogni titolo corrisponde un montaggio diverso, che cambia anche radicalmente il succo della storia. Il succo della storia è semplice. C’è questa stupenda vampira di Madera che uccide le sue vittime succhiandogli il fluido vitale attraverso fellatio e cunnilingus.
Ma in alcune versioni horrorizzate la vampira è una semplice e solita vampira che azzanna al collo, ma queste versioni non erano esattamente quelle che voleva il regista e sono da rifuggire come la peste, perdono tutta le splendida poesia dell’idea originale.
Il film si pare con una delle scene più famose di tutto il cinema di Franco. La prima apparizione sugli schermi di Lina Romay, quella che diventerà sua moglie, quiappunto la contessa Karnstein, è una lunga passeggiata nei boschi di Madera all’alba, nella nebbia, con indosso solo un mantello nero, degli stivali di pelle e un cinturone.
Cruccio e delizia. La scena è amatissima dai francomani, e lo sto diventando devo dire, e citata come esempio del suo cinema sciatto dai detrattori. Per tutta la lunghissima sequenza la Romay guarda dritto nella cinepresa, i canoni del meta cinema di Franco, di un cinema che esce dallo schermo, si fa realtà, che mischia costruzione, finzione e girato, ci sono tutti e culminano con l’urto accidentale della Romay col mento sull’obbiettivo, il cinema che si scontra con la finzione. Pura sciatteria per i detrattori, sublime e geniale per i francomani.
Non starò a fare la comparazione tra le varie versioni, cosa fatta peraltro benissimo da Roberto Curti sul dossier Succubus 1, allegato a Nocturno del luglio del 2007.
Mi limito a sottolineare la stupenda poesia psichedelica di tutta la pellicola. Il corpo della Romay è sempre in primo piano. In tutte le varie uccisioni/rapporti sessuali, del film, nella sua frustrazione nel vampirizzare così anche chi ama, una delle sottotrame del film è la storia d’amore con Jack.
Alla fine un suicidio autoerotico in una vasca piena di acqua rossa, sangue, liquido vitale. Un capolavoro che si potrebbe gustare all’infinito viste le mille varianti messe in campo.
Una scena tratta dalla versione vampiresca, in quella voluta dal regista la giornalista muore dopo un lungo cunnilingus