Prima di arrivare al film perfetto sulle tematiche convento/suore/perversione/ stregoneria “Confessioni proibite di una monaca adolescente”, datato 1976 e di cui abbiamo già parlato, Jess Franco ci aveva provato con un'altra pellicola, 4 anni prima. Leggermente più confusa ma già perfetta nel genere. La scoperta del cineasta spagnolo prosegue con la visione di “Les démons”, uscito nel 1972 (in Italia con il titolo di “Le demone”).
Siamo sempre in Spagna nel periodo dell’inquisizione, lo zio Jess recupera alcune idee lasciate a metà nel 1969 con “The Bloody Judge” e focalizza la tematica che lo porterà alla monaca adolescente.Se nel 1976 la figura della donna sarà raccontata in maniera completamente pura, ricordiamo il film del ’76 è la storia di una ragazza traviata in convento sulla via del male che si mantiene retta fino al finale positivo, qui siamo in una via di mezzo.
Al centro del film due sorelle, Margaret e Kathleen, figlie inconsapevoli di una strega. Strega che sul rogo promette vendetta attraverso le figlie all’inquisitore e ai suoi sgherri. Parte quindi la ricerca delle figlie da parte della perversamente devota Lady de Winter in compagnia del suo sottoposto (da cui però non disdegna di farsi frustare) amante Thomas Renfield. Ritrova le due suore in un convento e decide che una è strega e l’altra no.
Da qui partono amori e torture, sadismi e scopate col demonio, pozioni magiche che rendono scheletri i malvagi con un solo bacio e attese invasioni olandesi.
Costumi ed ambientazioni sono quelli che Franco riutilizzerà nella monaca adolescente con maggiore morbosità. La fotografia dimostra una certa ricercatezza. Come sempre nel cinema dello zio Jess la forza sta anche nella maniera di girare. Qui mischia cinemascope e uso del grandangolo per dare ai personaggi un aspetto inquietante, quasi distorto. Quasi un assaggio del modo di girare metafisico che ritroveremo ad esempio in “Killer barbies”.
Anche la musica ha un importanza centrale. Niente musiche gotiche o rinascimentali, come ci si aspetterebbe da un film del genere, ma lunghe improvvisazioni psichedeliche di cui il regista è anche autore. Musiche che soprattutto nelle scene di sesso contribuiscono a dare corpo morboso a ciò che accade. Scene di sesso che sono comunque molto più castigate di quelle della monaca adolescente, anche se la componente blasfema è altissima. Tipo quando un aitante demonio sodomizza una delle suore sotto un crocifisso.
Non possono mancare le scene lesbiche, due, anche se entrambe hanno un risvolto tragico. Tutte e due le donne che passano tra le braccia di Kathleen muoiono. La madre superiora si suicida poco dopo per il rimorso e Lady de Winter finisce scheletrizzata dopo un cunnilingus da parte della suora, che si finge ospite francese per entrare nella dimora dell’inquisitore. Quasi un'altra visione del vampirismo lesbico che in quegli anni imperava nel cinema di Jess Franco.
Stando alle informazioni in DVD dovrebbe essere uscito solo per la X-Rated Kult in Germania. Ma in rete ne circola una versione in italiano, tranne che per alcuni inserti qua e la in francese e tedesco, con sbalzi di sonoro a livello di volume e della durata di quasi due ore, per cui un montaggio probabilmente vicino all’originale
Può esistere un hard d’autore? Lo zio Jess, Jesus Franco, ci era arrivato 33 anni fa, ben prima che in Italia circolassero i primi mezzi esperimenti di hard core. Ci era arrivato seguendo il suo personale percorso artistico fatto di donne dominanti e vampire, femdom al quadrato, ma comunque schiacciate da”qualcosa”. Un mondo fatto di sessi femminili in primo piano oscillanti tra il disturbante e l’opera d’arte (l’origine del mondo dopo l’arrivo di Franco nel cinema non è più il dipinto di Gustave Courbet esposto a Parigi da ma la vagina di Lina Romay, protagonista quanto lei dei suoi film).
Utilizzando a mo di traccia il romanzo di Oscar Wilde del 1891 “Il ritratto di Dorian Gray” lo zio Jess nel 1976, nel periodo in cui rimbalzava tra Germania e Francia, confeziona un hard d’autore di una bellezza estetica che va oltre il movimento ormonale che vuole raccontare.
“Das bildnis der Doriana Gray”, o più semplicemente “Doriana Gray” è stato girato tra Svizzera e Germania Ovest in pochi giorni schiacciato in mezzo a due delle pellicole più conosciute del cineasta iberico: “Jack the ripper”, che vide nientemeno che Klauss Kinki alla sua corte, e “Greta la donna besta”, il miglior women in prison di Franco con la belva delle Ss Danne Thorne.
Qui tutto si appoggia sulle spalle, o meglio sulle tette e sul sesso, della travolgente Romay, che doppia il ruolo con cui Franco l’aveva scoperta e lanciata dopo la morte della sua musa primordiale Soledad Miranda, ma prima che diventasse sua moglie.
Dall’estetismo di “La comtesse noire” viene ripresa la storia della vampira assetata di liquidi corporei. Da “Vampyros lesbo” la traccia narrativa. Qui la Romay interpreta Doriana e la sua sorella pazza. Mentre una si nutre di fluidi corporei l’altra è presa da deliri masturbatori sadomasochistici nella clinica in cui è rinchiusa
Nel plot, come detto, entrano alcuni elementi di “Vampyros lesbo” e di “La comtesse noire”. Una giornalista americana visita i castello dove vive Doriana, separata dalla nascita dalla sorella pazza. Torna il tema del vampirismo sessuale, gia visto nei due film citati, solo che si fa molto più esplicito. Si sfonda la porta dell’erotico delle due passate pellicole per entrare a pieno titolo nel mondo dell’hard con i rapporti sessuali ripresi senza filtri.
Ma se si cerca un porno masturbatorio da fast forward e “macho” si rimarrà delusi. Il film ha un plot, un pathos, una storia, un senso e soprattutto come sempre nei film di Franco mette l’uomo parecchi piani sotto la donna, sia visivamente che a livello di spessore.
Narrato da una voce out, quella della giornalista compiacente, ha lunghi dialoghi e momenti di un estetismo di immagine ispiratissimi. Certamente si tratta di un film girato per fare cassetta. Ma vale la pena di vederlo, se non altro per capire lo sviluppo del tema della donna vampiro sessuale che tornerà altre volte nella cinematografia di Franco, penso al recente “Killer barbyes”, dove l’italianissma Mariangela Giordano interpreta la contessa von Fledermaus.
Altri titoli con cui il film è uscito mettono in chiaro il suo contenuto: “Dirty Dracula”, “Ejaculations” e “e Marquise des Sade” oltre ad un didascalico “Le portrait de Doriana Gray”.
Anno di grazia 1972, di grazie per Jess Franco. Torniamo a parlare del prolifico regista iberico. Dicevamo del 1972. Un anno incredibile in cui il Tio Jess ha messo in fila 11 film, un record imbattibile (se non forse da un regista di hard), praticamente un film al mese, tolto agosto che le ferie spettano a tutti…
Vogliamo focalizzarci su uno solo, per ora, di quegli 11 film datati 1972: “Le journal intime d'une nymphomane”, che per una volta non ebbe una traduzione scellerata nella nostra lingua, anche se in realtà incredibilmente il titolista si dimostrò poco avvezzo col francese traducendo journal, diario, con giornate. Il film esce quindi in Italia con il titolo di: “Le giornate intime di una giovane donna”, tagliando quel ninfomane che era stato per una volta aggiunto in maniera fondata.
Diario o giornate il senso lo si afferra lo stesso. A dispetto di altre pellicole dello spagnolo del periodo dove contava molto di più l’atmosfera e l’immagine che la solidità della trama qui ci troviamo al cospetto di una trama solida e ben strutturata.
Linda è una giovane prostituta. La vediamo agganciare un cliente in un night club, passare una notte a bere e poi portarselo a casa. Quando l’uomo si addormenta sfinito Linda fa una telefonata alla polizia. “Venite e appena stata uccisa una donna”. Subito dopo si taglia la gola accasciandosi sull’uomo che viene cosi colto dalla polizia in apparente fragrante. Colpevole! Finisce in galera.
Entra in scena la sua giovane moglie: Rosa. La vediamo la prima volta austera e seria che suona il pianoforte. Arriva la notizia. Il marito si professa innocente. Rosa non ci crede ma decide lo stesso di indagare.
Il film ora si srotola su due piani. Gli incontri di Rosa con le amanti di Linda che le narrano la vita della ragazza, che noi vediamo come una serie di flashback. In uno dei primi capiamo da subito il movente del delitto. Franco mette in chiaro che il film non è un giallo. La giovane Linda appena arrivata in città dalla campagna viene violentata dall’uomo che farà incolpare.
Quella violenza le spezza la vita. Diviene ninfomane, alla spasmodica ricerca del piacere senza mai davvero raggiungerlo. Riesce ad avere relativa pace solamente con le donne. Le due amanti: la contessa Anna de Monterrey e la ballerina cubana Maria Toledano, sono le narratrici della vicenda a Rosa. Soprattutto la seconda legge lunghi tratti della storia dal diario di Linda.
Le due lunghe narrazioni fanno cambiare Rosa. Una trasformazione evidente sia fisicamente che mentalmente. Nel finale prende coscienza che forse anche lei preferirebbe un amante donna. Le scene lesbiche con la ballerina cubana sono però più dolci che sensuali.
Franco mette da parte per una volta la sua incredibile smania di femminilità per mettere al centro della pellicola la sua visuale femminea facendo diventare il film un vero e proprio manifesto femminista. In tutte le pellicole di Jess Franco gli uomini escono malconci, o sono tuttalpiù sottomessi alla superiorità femminile, arrivando ad essere addirittura personaggi macchiettisitici, ma mai come in questo caso l’uomo è figura meschina, insignificante, inutile.
In generale il film mantiene alto l’interesse per tutti gli 86 minuti di durata. Uscito in diverse versioni, come da tradizione per Franco, anche in una versione hard datata 1977 che però è praticamente scomparsa dalla circolazione. Anche il film originale è di difficile reperibilità. Mai ristampato su dvd per le beghe legali del produttore francese circola in una versione su vhs dove al doppiaggio Italiano sono state integrate diverse scene che erano state tagliate all’epoca dell’uscita, con il doppiaggio in inglese.
Silvia Superstar urla come un ossessa sul palco, la voce graffia. Si ascolta la canzone, un pezzaccio punk’n’rool molto orecchiabile e grezzo, e si guardano le sue forme sfrontate, sudate, in vista.
Torniamo a parlare di Spagna delirante e di Jess Franco. La scena è infatti l’attacco del film “Killer barbys”, pellicola metafisica del 1996 in cui il cineasta spagnolo si sbizzarrisce nelle sue solite tematiche cult: sesso e vampirismo, aggiungendo palate di rock e un nuovo modo di intendere le immagini. Il gruppo si chiama esattamente come il film, anzi no, si chiama Killer Barbies, ed è una band cult in Spagna, al pari di Ska-p e simili. Il nome differisce da quello del film per precauzione del regista, visto che nella pellicola non recita tutta la band ma solo una parte. C’è si Silvia Superstar, icona della band, ma manca ad esempio il Dottor Muerte.
La trama è scheletrica, come sempre nei film di Tio Jess. Una band scalcagnata tra una tappa e l’altra del tour finisce persa nella campagna e si imbatte in un castello, insomma un attacco a la “Rocky horror picture show”. Gli abitanti del castello non sono tranquillizzanti, come ovvio.
Ci sono Arkan ma soprattutto la sua padrona, la bicentanaria contessa von Fledermaus, una spettacolare Mariangela Giordano, da noi riscoperta in terza età, ad esempio come protagonista di “Io e mia sorella” di Carlo Verdone, ma è una che ha alle spalle una trentina di film disparati dal morboso “Malabimba” a “Ursus”. Nel 1996 aveva già 50 e passa anni e recita quasi sempre nuda, mostrando un gran corpo. Ma il suo corpo ha un segreto. Per mantenersi giovane deve bere con regolarità sangue bollente e sperma.
Facile immaginare che fine farà parte della band. Ma il film non è drammatico o horror in senso stretto. Ci sono parti fortemente ciniche e ironiche, quasi a parodiare se stesso. Ma la parte di certo più interessante è la fotografia. La scena è quasi sempre immersa in nebbia secca e il taglio vira o sul blu intenso o sul rosso intenso. Un cinema metafisico con prospettive da fish eye che lasciano spesso basiti.
“Vampyros lesbos” è un film d’amore. Proseguo a raccontare in maniera totalmente acronologica l’epopea di Jess Franco affondando uno dei film del cineasta spagnolo di cui più si parla, ma che forse è stato visto da pochi. In Italia sicuramente pochissimi, non usci nei cinema nel 1970, è diventato usufruibile solo con l’avvento del DVD in un edizione in lingua tedesca sottotitolato, non esiste una versione doppiata nella nostra lingua.
Classificato nei due generi “classici” per Franco, horror ed erotico, ha in realtà in se un impasto perfetto dei due generi che da vita ad un terzo genere. Una storia d’amore al femminile e psichedelica.
Per una volta non ci sono decine di versioni di questa pellicola, ma fondamentalmente solo due, e tutte e due spiegabili e con un senso. La versione uscita in Germania e Francia, col titolo originale di “Vampyros lesbos”, e la versione edulcorata, e con un climax e una trama abbastanza diversi, girata per la Spagna bacchettona con titololo “Las vampiras”. Esiste una terza versione, un ibrido tra le due pellicole messo assieme con la benedizione del regista pochi anni or sono per il mercato del homevideo iberico, ma che lascia con l’amaro in bocca.
La trama. Siamo ad Istanbul, una giovane coppia è in un locale dove si svolge una perfomance erotica. Nadine, la vampira protagonista, si spoglia e rivesta della sua biancheria una modella che sta immobile come fosse un manichino. La ragazza delle coppia è palesemente sconvolta.
Lo si capirà quando poco dopo assistiamo ad una sua seduta psicanalitica. Quella dark woman lei la sogna da anni, sono sogni che le creano panico ma anche piacere. E vederla in carne e ossa l’ha spaventata ed eccitata.
Recandosi in Anatolia per una faccenda legale con una contessa scopre che quella contessa, discendente dai Dracula, è la donna che sogna. Si lascia trasportare dalla passione. Ma è combattuta.
Credendola morta sviene e si risveglia in una clinica di un dottore che fa ricerche sul vampirismo, e dove si trova Agra, la precedente amante della contessa Nadine. Intanto arriva il fidanzato Omar. Ma il richiamo della vampira è troppo forte. Torna da lei. Un amore contrastato tra lasciarsi andare e non volere diventare una non morta.
Dopo la seconda visita alla clinica apprende come uccidere la vampira e spezzare l’incantesimo. Intanto Omar rivede quella performance al Nignt, dove stavolta la vampira uccide la sua modella con un morso.
Prima dell’epilogo c’è spazio per una comparsata sadomaso di Jess Franco che interpreta il marito di Agra.
Susan torna all’isola della vampira. Dopo un bacio sensualissimo le conficca lo spillone nell’occhio.
Ho molto asciugato la trama, tralasciando di parlare della presenza di Morpho, il servitore della contessa, l’unico uomo che non sia sgradevole, o un appendice inutile, della pellicola. Una costante di molti film di Franco. Le donne sono splendide, riprese con amore. E gli uomini sgradevoli, non degni di possederle. Se non come servi muti come Morpho, che si permette un lieve bacio alla sua padrona solo quando la vede morta e prima di suicidarsi.
Un film d’amore, dicevo, indubbiamente d’amore. Le due protagoniste si amano fino alla spasmo, nell’impossibilità di aversi senza arrivare all’autodistruzione per la sete di sangue di Nadine.
Per tutto il corpus del film sono sparsi segnali simbolici che tornano, l’aquilone, la nave e soprattutto lo scorpione. Che muore poco prima della contessa, che si trova sul letto morente con le braccia protese quasi fossero le chele dello scorpione.
Ben poco horror, ma malinconia struggente per un amore impossibile. Molto meno eroso che ad esempio nella “Contesse noir” di cui abbiamo parlato sopra. Le scene di nudo sono dosate con maestria e sono riprese in maniera stupenda. Una fotografia visionaria e una colonna sonora a metà tra jazz e psichedelica entrata da subito nella zona cult.
Imprescindibile. Pellicola definitiva della musa di Jess Franco pre Lina Romay. Quella Soledad Miranda che morirà tragicamente da li a poco. Franco proverà a sostituirla con Christina von Blanc per poi trovare la magnetica Romay, che esordisce in pratica con un film epigono di “Vampyros lesbos”, quella “Contesse noir” di cui abbiamo già parlato, e che diventerà la sua compagna di vita.
(un "bigino" di nove minuti con le scene migliori del film)
Più mi inoltro nella filmografia di Jess Franco e più penso che il cineasta spagnolo sua un Kubrick con l’ossessione del sesso e il tocco horrorifico nelle pennellate del miglior Lucio Fulci.
Il mio viaggio senza nessuna pretesa cronologica nella sterminata filmografia di Tio jess è passato in questi giorni attraverso una pellicole, che come sempre, ha una storia tutta sua. Una pellicola di cui , come è sempre, è difficile dare un titolo previsto. In Italia p uscita come “Una vergine tra i morti viventi”, ma anche come “I desideri erotici di Christine”, ma come sempre i due titoli sfiorano solamente il climax del film. Anche gli altri titoli con cui è conosciuta non accarezzano per nulla il suo senso: “Christina principesse de l’erotisme”, “Los suenos erotico de Christina” e via dicendo.
Del film Franco dice: “E’ un piccolo film che amo molto, In genere io non amo i miei film ma questo è speciale. Ho messo tanto di me stesso e crdo che sia interessante e piacevole dia vedere”.
La storia. La giovane Chrsitina, Cristina von Blanc, che ha preso il posto della scomparsa tragicamente Soledad Miranda, arriva in un piccolo paese alla ricerca dei suoi parenti, dopo che ha passato l’infanzia in collegio. Ha saputo del suicidio del padre e nel castello dove ha vissuto si svolgerà la lettura dell’eredità. Tutti in paese dicono che il castello è disabitato. Ma una volta arrivata la ragazza trova un allegra combriccola di personaggi. Un servo muto, interpretato dallo stesso Jess Franco, uno zio che suona il piano guardando i parenti morire, delle cugine lesbiche e ninfomani, il fantasma del padre con la corda al collo e una misteriosa signora.
Il film è fatto a sogni concentrici. Ogni volta che la ragazza precipita in un incubo si risveglia e ne parte uno nuovo ancor più straniante. Così che si abbia l’impressione che non ci sia un solo momento di realtà in tutto il film. Se non forse alla fine quando la ragazza si risveglia in letto di ospedale, forse psichiatrico, la dove era partita all’inizio, anche se in prima batuta non si capiva all’inizio quale fosse il punto di partenza. Qui tende la mano verso il nulla, verso la scena finale in cui un corteo aperto da lei e la misteriosa signora nera, si immerge nello stagno di fronte al castello, seguito da tutta la processione degli strani parenti incontrati nel film.
Ora capirete che già nella caduta a mo di sogno il paragone con il Kubrick di “2001 odissea nello spazio” calzi benissimo.
Nel film ci sono momenti di un lirismo impressionate, per due volte la caduta nell’incubo sogno sensuale di liberazione della protagonista è punteggiato dall’immagine di lei stesa a terra nuda, in posizione da crocifissa, che ricorda molto il manifesto contro la violenza alle donne che in questi giorni tante polemiche ha suscitato a Milano.
(una foto dal film e il maifesto di telefono rosa, che sia una citazione?)
Tutto è reso ancora più straniante dalla colonna sonora di Bruno Nicolai, che se parte con accenni ai migliori Goblin si trasforma presto in una sorta di voce narrante, sostituendo i dialoghi in lunghe scene, con rumori che lasciano il posto a partiture tribali e psichedeliche.
La versione che ho visionato è quella francese, con doppiaggio Italiano, la più vicina a quello che doveva essere il film originale, che avrebbe dovuto intitolarsi “La notte delle stelle cadenti” e che fu presentato a Cannes nel 1971.
Da li partì una vicenda folle, come sempre nei film di Franco. Acquistato d produttori senza scrupoli usci in due versioni. Una horrorifica, con inserti di zombi, che centrano nulla e che sono bruttissimi, e una hard, con tanto di orgia centrale, che centra ancora meno con il climax della pellicola.
Realizzare un film di vampiri senza una sola goccia di sangue. La casuale immersione nel magmatico mondo di Jess Franco prosegue. Dopo essere passati attraverso uno dei film minori della sua sterminata produzione ci immergiamo in una delle pellicole di cui i francomani parlano di più.
Il titolo. Qui sorge il primo problema ci sono talmente tante versioni di questo film che è difficile dire di preciso quale sia il titolo. Il titolo con il quale è più conosciuto, e che forse dipinge meglio lo spirito del film, è “La comtesse noire”. La versione che personalmente ho procurato, quella edita in Dvd dalla Ermitage, e che stando a quanto ho capito è la più vicina a quello che doveva essere il film originale voluto da Franco, si intitola “Un caldo corpo di donna”, anche se nei titoli di testa il titolo riportato è “Female vampire”. In Francia usci come “La comtesse aux seins nus”, la versione hardcore tedesca “Lusternde Vampire in Spermareusch”. E' conosciuto anche come “Erotikiller”, “Erotikill: the loves of Irina” e “Les avelauses”.
Pressoché ad ogni titolo corrisponde un montaggio diverso, che cambia anche radicalmente il succo della storia. Il succo della storia è semplice. C’è questa stupenda vampira di Madera che uccide le sue vittime succhiandogli il fluido vitale attraverso fellatio e cunnilingus.
Ma in alcune versioni horrorizzate la vampira è una semplice e solita vampira che azzanna al collo, ma queste versioni non erano esattamente quelle che voleva il regista e sono da rifuggire come la peste, perdono tutta le splendida poesia dell’idea originale.
Il film si pare con una delle scene più famose di tutto il cinema di Franco. La prima apparizione sugli schermi di Lina Romay, quella che diventerà sua moglie, quiappunto la contessa Karnstein, è una lunga passeggiata nei boschi di Madera all’alba, nella nebbia, con indosso solo un mantello nero, degli stivali di pelle e un cinturone.
Cruccio e delizia. La scena è amatissima dai francomani, e lo sto diventando devo dire, e citata come esempio del suo cinema sciatto dai detrattori. Per tutta la lunghissima sequenza la Romay guarda dritto nella cinepresa, i canoni del meta cinema di Franco, di un cinema che esce dallo schermo, si fa realtà, che mischia costruzione, finzione e girato, ci sono tutti e culminano con l’urto accidentale della Romay col mento sull’obbiettivo, il cinema che si scontra con la finzione. Pura sciatteria per i detrattori, sublime e geniale per i francomani.
Non starò a fare la comparazione tra le varie versioni, cosa fatta peraltro benissimo da Roberto Curti sul dossier Succubus 1, allegato a Nocturno del luglio del 2007.
Mi limito a sottolineare la stupenda poesia psichedelica di tutta la pellicola. Il corpo della Romay è sempre in primo piano. In tutte le varie uccisioni/rapporti sessuali, del film, nella sua frustrazione nel vampirizzare così anche chi ama, una delle sottotrame del film è la storia d’amore con Jack.
Alla fine un suicidio autoerotico in una vasca piena di acqua rossa, sangue, liquido vitale. Un capolavoro che si potrebbe gustare all’infinito viste le mille varianti messe in campo.
Una scena tratta dalla versione vampiresca, in quella voluta dal regista la giornalista muore dopo un lungo cunnilingus
Continuiamo l’incredibile viaggio nel mondo del cinema di Jess Franco. Una materia inestricabile anche per i franchisti più eterodossi con un serbatoio di circa 200 film, che va moltiplicato per cinque per la miriade di montaggi diversi, pellicole rieditate, insertate e riviste.
Il film di cui parliamo oggi è una di queste pellicole. L’unico film del periodo francese di Tio Jess originariamente si intitola “Les chatouilleuses”.
Innanzi tutto il solito delirio geografico. “Les chatouilleuses” è pensato e prodotto in Francia, girato in lingua francese, ma il set si trovava in Portogallo a Cascais, ed è ambientato in Messico durante la rivoluzione.
E’ uscito anche col titolo di “Les nonnes en folie”, è stato girato contemporaneamente ad altre due pellicole (Les emmerdeuses e L'homme le plus sexy du monde) ed è stato firmato con lo pseudonimo di Clifford Brown, in onore del grande batterista jazz, che Franco adorava.
Ma la versione di cui andiamo a parlare noi oggi è quella uscita in Italia con l’incredibile titolo “Le sexy goditrici”, dalla micro durata di 67 minuti, contro i 118 della versione francese, con degli incredibili inserti hard e una colonna sonora delirante, e da denuncia visto che contiene tra gli altri brani praticante tutta “Atom heart mother” dei Pink Floyd che non credo avrebbero goduto come le protagoniste a vedere il loro capolavoro progressive, che era uscito da poco, il film è del 1974, inserito su delle scene lesbiche belle sostenute. Tra gli altri insert sonori deliranti anche la classica “Eine Kleine Nachtmusik” di Mozart e Lady Magnolia di Piero Umiliani. Totale follia insomma.
La trama, che già era esile nell’originale, diventa solo un pretesto per una serie di numeri demenziali tra sesso, molto più ironico che eccitante, anche se nella nostra versione siamo al confine con l’hard, e dialoghi incredibili.
In due parole. In un bordello francese si nasconde il rivoluzionario Carlos Ribas. Quando viene arrestato vengono arrestate anche le donzelle del bordello. Queste riescono a fuggire durante il traseriemento e si rifuzioano in un convento abbandonato, dove c’è solo un frate zoppo.
I soldati di Pancho López giungono al convento e per nulla sospettosi decidono addirittura di proteggerle. Qui inizia una scorribanda di tette al vento e di riprese completamente folli.
Ma alle ragazze manca Carlos. Per liberarlo Loulou si trveste da Zorro e rapisce il figlio del governatore per chiedere il rilascio del rivoluzionario. Carlos ariva al convento e si traveste da suora, suscitando l’interesse proprio di Pancho López. Ma i rivoluzionari vinconono e tornano al potere… E allora si torna al bordello. Al convento rimane solo il frate con una ragazza che aspetta un bimbo e sfoggia un eroticissimo pancione.
Della trama, già di per se folle, nella versione Italiana rimane ben poco, qualche accenno tra una scopata e l’latra. E pensare che la sceneggiatura è stata scritta dal critico cinematografico Alain Petit. Ma quello che Petit scriveva giorno per giorno Franco stravolgeva con la sua follia.
Girato in 16 millimentri, con pochissimni soldi come al solito, ha il momento più esilarante nella messa in latino delle monachelle prostitute con versi come: Sancta Maria, Phallus Dei, clitoris peccata mundi, miserere pubis gigantum erectum.
Nel film c’è gia la futura moglie e musa di Jess Franco, la sensualissima Lina Romay, che non lesina il suo copro, ma forse meno che in altri film.
In VHS è stato edito solo in Belgio dalla Videobox. La versione che gira è rippata sa Dio dove, terribilemente scentrata tra il 16/9 e il formato della tv.
Ma vale la pena di vederlo, anche nella versione da 67 minuti Italiana, perché anche se rimontato non perde tutta la follia di Tio Jess…
(alcune cover del film "Greta la donna bestia" di Jess Franco)
Tra i sottogeneri del cinema, di genere appunto, c’è n’è uno che ebbe una grande fiammata di successo negli anni ’70, un po’ in tutto il mondo, per poi sparire presto, degenerando molto più degli altri nell’hard.
Wip, acronimo di women in prison, e già così non ci sarebbe bisogni di aggiungere altro oer far capire il tenore delle pellicole che ne fanno parte.
Un capostipite assoluto e riconosciuto in tutto il mondo “Ilsa la belva delle SS”, di Don Edmons, pellicola americana, ma girata in Germania, del 1975, che lanciò il genere della poppota torturatrice sadica, interpretato dall’incredibile Dyanne Thorne, che da qui in avanti avrà appiccicato addosso il marchio di Ilsa, che interpreterà anche nel sequel “Ilsa la belva del deserto”.
(Dyanne Thorne in Ilsa)
Ma vorrei tornare a Jess Franco, di cui sto approfondendo con piacere la filmografia e di cui ho iniziato a parlare nel post precedente.
Il prolifico regista cult spagnolo, quasi 200 film in 40 anni e passa di carreira, firmò nel 1977 un seguito apocrifo di Ilsa. In Italia è conosciuto come “Greta la donna bestia”, anche se in mezzo mondo usci come “Ilsa the wiked warden”, o addirittura come “Ilsa the ultimate perversion”, con copertina che vede svastiche e divise naziste, a voler riallacciarsi all0Ilsa originale.
(Dyanne Thorne in Greta)
Ma stile e ambientazione sono completamnte diversi. Ilsa era ambientato negli anni ’40 in Germania durtante la guerra nei campi di concentramento mentre Greta è ambientato in ua clinica per devianze sessuali in un non specificato paese del Sudamerica negli anni ’70.
Ma il trait-d’union non è casuale, Ilsa e Greta hanno lo stesso volto, quello della già citata, maialissima e perversissina, Dyanne Thorne (e pensare che aveva esordito in una puntata di Star Treck!!).
La trama.
(alcune immagini da "Greta la donna bestia")
Si parte con una rissa di ragazze nude sotto una doccia, guardate da terribili e giunoniche secondine in divisa. Una fugge via. Fino alla casa di un dottore, lo stesso Jess Franco, che capisce che qualcosa non quadra. Ma prima che il dottore possa chiamare la polizia arriva la direttrice della clinica Greta e riprende con se la ragazza.
Scena a seguire. Il dottore è in una riunione. E’ arrivato il comunicato che quella ragazza è morta, ed è stata cremata. I dubbi sulla clinica sono tanti. Alcuni ambienti politici vorrebbero vederci chiaro.
Il dottore viene contattato da una ragazza, la sorella della morta, che riesce a farsi spedire nella clinica per indagare su cosa è successo.
E qui iniziano i fuochi d’artificio. Le ragazze si devono chiamare solo per nome, 41 la indagatrice, conosce 10, Juana, leader delle detenute, e amante oggetto di Greta, che si invaghisce di 41. Cosi come 14, un transessuale.
Le indagine di 41 portano a scoprire la verità. La clinica è solo una copertura per torturare oppositrici del regime, segregate in una segreta sotterranea.
Juana la ama e odioa 41. la difende da Greta, arrivando a farsi torturare con spilli nel seno per difenderla, ma la sottometta, facendosi prima lavare il sedere, poi leccare gli stivali, poi leccare il sedere dopo aver defecato…
(Lina Romay, musa di Jess Franco)
Intanto come sottotrama l’aiutante di Greta gira snuff movie che vende ad un impresario hard. La cosa lo porterà a aizzare la rivolta per girare uno snuff con morte. Infatti le detenute si ribelleranno, dopo che 41 viene ridotta ad una larva dagli elettoschock, sbranando la dottoressa in una scena cannibalesca finale davvero notevole.
Jess Franco infila nella pellicola tutto il morboso piacere per il sesso violento. Attrazione e repulsione con le ragazze che sono nude dall’inizio alla fine.
Juana, 10, intereprtata da Lina Romay, che è da anni musa di Jess Franco, e che ha girato 110 film, quasi sempre ignuda, e che assomiglia molto, troppo, a Ingrid, starlette della Higtide nel genere Kaviar…
Come promesso prosegue l’escursus nel cinema di genere spagnolo, in particolar modo su quello di Jesus Franco.
Impossibile fare una carrellata generica sul regista spagnolo. La sua attività, iniziata nel 1959 e al di la dal concludersi (due film di prossima uscita), conta oltre 170 pellicole.
Un outsider che al motto: per fare cinema occorre solo una cinepresa e liberta, nella sua carriera ha affrontato tutto lo scibile del cinema di genere: horror, hard, nazi, zombi, poliziesco… insomma un Aristide “Joe D’Amato” Massacesi in salsa iberica ma… molto più prolifico.
E allora mi limiterò a raccontare alcune pellicole del regista, così senza una cronologia o un senso, solo seguendo il mio istinto cinefilo.
“Confessioni proibite di una monaca adolescente”, anno di grazia 1977, una titolo che nella traduzione in Italiano svia parecchio da quello che è per davvero il film. Vizio nostrano, quello di sviare, che ancora oggi impera (l’ultimo dei fratelli Coen da “Burn afert ready” è diventato un “A prova di spia” che centra davvero poco…).
Ma torniamo a Jess Franco. Molto più rende il titolo originale della pellicola: “Liebesbriefe einer portugiesischen Nonne”. Un titolo sensato avrebbe potuto essere “Lettera d’amore di una monaca portoghese”, ma avrebbe forse sviato ancor di più dal corpus della pellicola.
La trama in breve. Maria è una pudica sedicenne figlia di una squattrinata donna portoghese del ‘800. Un giorno mentre gioca con il suo fidanzatino viene sorpresa dall’inquietante padre Vincent che decide di strapparla alla madre e rinchiuderla in un disperso convento. Vista l’estrema povertà la ragazza accetta, in fondo ama Dio e la strada della monaca non le dispiace affatto.
Ma appena giunta al convento capisce da subito che c’è qualcosa che non quadra. Alla sua prima confessione padre Vincent le fa raccontare di un sogno erotico fatto e si masturba rumorosamente mentre è con lei in confessionale.
Bella sua celletta viene accolta da due novizie che con la scusa di un gioco con una mela la baciano, poi arriva la badessa, la visita per comprovarne la verginità, la spoglia e la vesta di un cilicio indossato su seno e glutei.
Ma Maria soffre e chiede a Dio di aiutarla. Intanto scopriamo che in realtà nel convento si adora Satana e sono parecchi i riti magici a sfondo sessuale che si svolgono nelle notti morbose del convento.
Maria cerca di comunicare alla madre le sue perplessità ma la sua lettera viene intercettata e qui inizia il calvario. Prima è costretta ad una fellatio con padre Vincent e poi in un rito esoterico viene deflorata da Satana in persona.
Riesce a sfuggire cercando di contattare l’inquisitore ma viene ricondotta al convento. Dall’inquisitore ci finirà lai. Accusa la badessa e padre di blasfemia sessuale e viene costretta a ritrattare a suon di terribili torture.
E lei a venire condannata a morte. Poco prima di essere portata sul rogo scrive la lettera d’amore a Dio, del titolo, e la affida al vento. Vento che le restituisce quel che le sta per essere tolto facendo cadere la lettera tra le mani del re del Portogallo che interrompe l’esecuzione e fa giustizia.
Un fulleeiton drammatico dalle forti tinte erotiche. La forte morbosità del connobuio sesso e religione si vive sin dalle prime battute della pellicola. Scene di nudo si ma molte meno che in pellicole più recenti di Jess Franco. Un nudo sempre improntato alla morbosa paura, lontanizzimo dalle tette gioiose di Russ Meyer, ma anche dal sex and violence di altre pellicole dello spagnolo.
La colonna sonora con musiche goticheggianti sottolinea a dovere la teribile atmosfera che si respira. Certi passaggi rimangono davvero nella testa. Il sangue che scende sulle forme lolitesche di Maria, quando il suo corpo nudo è in tensione nella macchina della tortura. Ma anche quando viene posseduta da tergo dal maligno, appoggiata col viso alla schiena della badessa quasi nuda, con addosso solo qualche parte del vestito da suora, che si sa fa morbosità di suo, e tutte le altre novizie che scoprono i seni offrendoli al rituale.
Un paio di note finali. Il titolo originale in tedesco non è un caso. Il film dello spagnolo è ambientato in Portogallo ma è girato nella Svizzera tedesca e nella Germania dell’Ovest.
La copia che si trova ha alcune parti non doppiate dal tedesco, qualche minuto che non rovina la visione della pellicola.
I dati tecnici per finire.
Produzione: Avis Ascot Elite - Distribuzione: Roberti Indipendenti regionali - Soggetto: Manfred Gregor - Sceneggiatura: Manfred Gregor - Fotografia: Peter Baumgartner - Montaggio: Marie Luise Buschke - Musiche: Walter Baumgartner - Formato: Panoramica color - Durata: 85'.
Cast: Susan Hemingway, William Berger, Ana Zanatti, José Viana, Vítor Mendes, Victor de Sousa, Herbert Fux, Aida Vargas, Herman José, Anton Diffring, Esther Studer, Dagmar Bürger, Patricia Da Silva, Isa Schneider.