venerdì, 28 agosto 2009
RACCONTI - Firmato col sangue


E’ il mio sangue quello che adorna il tuo corpo sai? Lorna non volevo certo battezzarti con le mie paure, volevo solo un'altra volta il tuo sapore, volevo solo un altra volta vederti con gli occhi chiusi mentre le onde ti lambivano.

 

Ma il mio corpo non risponde mai alle mie intenzioni mentali. Lui ha più paura che mai che non ci sia senso dentro i sensi, che la sensualità non sia sensazione e allora decide di marcare il territorio, di firmare col sangue il nostro legame, di dirti che non potremmo esistere senza.  

 

Vedo un rivolo di sangue che ti cola tra le gambe. Rimango sospeso per un attimo preso dall’immagine fatta di carne e sangue che ho davanti agli occhi, stordito dal profumo del tuo sesso. Poi, plic, cade una goccia dall’alto, da me. A dare linfa a quel rivolo.

 

Ho paura sai? Dopo i tuoi umori e il mio sangue sono le lacrime ad aggiungersi a questo cocktail che è oltre ad ogni immaginazione. Passi le tue unghie nere ora, sulla pelle glabra del mio petto. Graffiami, ti prego graffiami ed aggiungi altro sangue a questo appiccicoso composto che si sta formando.

 

Ti adatti al mio respiro Lorna, e mi adatto al tuo. Perché non posso addormentarmi cosi ora, spaventato e protetto, con le tue braccia che fanno da scudo a ogni spavento, ad ogni paura?

 

Ma il ticchettare del tempo è inarrestabile, i telefoni accesi sul tavolo, le auto che passano sul viale, ogni dannato respiro che mi divide dal silenzio del nulla e mi avvicina al vortice che mi aspetta. Quel vortice sopito da anni in me, spinto giù a forza di pastiglie e di auto convincimento che tutto può esser controllato.

 

Quello schifoso guazzabuglio di paure e dolori, di sangue e anniversari che formano una traccia indelebile che si stampa sulla mia pelle giorno dopo giorno. Vorrei chiederti di tagliarmi adesso, che il sangue abbia un senso ed un tragitto. Forse vorrei essere in catene nel silenzio, fustigato dalla vendetta che ogni essere umano femminile avrebbe diritto di ottenere.

 

Non c’è una sola realtà. Lo sai vero Lorna?  Permettimi di costruire schegge di realtà dove tu possa nasconderti. Anche se magari incorniciate nel mio sangue.

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racconti

domenica, 16 agosto 2009
RACCONTI - Le parole (non dette) del desiderio

E’ difficile parlare davvero di sesso vero Lorna?

Lei fa no con la testa, arrossisce un po’ ma sorride.

Mi guarda con i suoi occhi di cristallo castano: “Non sono portata alle lunghe relazioni, alle volte preferisco conquistare una scopata”. Il sorriso adesso vorrebbe essere cinico e violento, credo non lo sia per nulla però.

 

Se fossimo da soli adesso ti chiederei di spogliarti Lorna, e di stenderti comodamente sul tuo letto. Mi piacerebbe leccare ogni centimetro della tua pelle. Lo penso, ma non lo dico. Lorna sorride, solo guardandomi ha capito il mio pensiero, non proprio innocente.

 

Scherzando dico che prima o poi ci proverò davvero con lei, come se ci fosse un confine da passare oltre il quale le schermaglie sessuali si fanno più vere e spesse. “Magari ci proverò io con te”, mi dice fulminandomi la pancia e il sesso. Potrei spiegarle come masturbarsi ma dirle che magari lo farei volentieri io diventa più difficile.

 

So che Lorna ha paure. Come se ci fossero formule segrete che possano ingannare la nausea che sale in lei quando ha paura, quando qualcuno cerca di ingannarla. Una cicatrice di forza quasi reale e dal fascino immenso. Come se la carne potesse essere ingannata e inghiottita dalle vibrazioni.

 

Combatte una guerra particolare, come me. I territori della sua anima sono occupati dall’accecante paura che si manifesta all’improvviso.

 

Lorna ti scoperei. Lo penso sempre. So che queste frasi fanno effetto solo nei film, con la musica giusta e l’intonazione giusta, e l’attore giusto diventano battute memorabili. Già ma qual è la musica giusta e soprattutto il tono giusto nella vita per confessare un desiderio?

 

Non credo di saperlo davvero, provo a dirmelo ma il tono della voce fa ridere. “Dai smettila che sono in astinenza da mesi”, mi dice. Lorna il desiderio ha un profumo? Non lo dico neppure stavolta, mi limito a scusarmi per la mia grezza e goffa insistenza sul tema. Dopotutto sono un uomo Lorna e gli uomini, si sa, a parte quelli dei film, con le battute scritte da uno sceneggiatore donna, sono così.

 

Se il desiderio avesse un odore chiaro, inequivocabile sai che festa sarebbe. Si andrebbe sempre sicuri di ciò che succederà. Come il metano che viene profumato anche se è inodore per far si che quando c’è una perdita ce ne si accorga e si corra ai ripari.

 

Lorna lo sai che il tuo corpo non ha spigoli e vertici ma solo arrotondati profili in tre dimensioni? Si, si, ovviamente non dico neppure questo. A parte che scritto è ad effetto ma detto suonerebbe ridicolo, soprattutto perché rischierei di dirlo con gli occhi incollati sulle tette e si sa, uno che ti giarda dritto i capezzoli invece che gli occhi non fa davvero film d’essai.

 

“Dell’ultima persona che ho scopato non so neppure il nome, volevo fosse così”, alla fine Lorna che ha paura e fatica a svelarsi riesce a parlare davvero con me.  “Che formula si può usare per dire che sei una persona bella?”, stavolta lo dico. “Va bene anche questa”, un po’ arzigogolata però ci sta, hai ragione Lorna.

 

Magari non sentirò mai il sapore del tuo sesso ma va bene lo stesso.

 

 

 

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racconti

giovedì, 13 agosto 2009
RACCONTI - Fetiscismo da balera

Qualcuno famoso ha detto che il ballo è la cosa più vicina all’atto sessuale che esista. Sarà. Secondo me delle coppie in pista stasera alla Festa dello sport di Remignengo nessuna si farà una sana scopata stanotte, dopo la premiazioni del torneo di beach volley, che in un paese a 400 chilometri della spiaggia più vicina è un bell’assioma, e i fuochi d’artificio offerti da gli sponsor.

 

Fa un caldo appiccicoso, la pizza con i peperoni mi si ribella nello stomaco, appena sarò a casa mi farò un goccio di Lagavullin con l’aria condizionata e i Fantastici 4 su Boing. Per ora sto seduto sul bordo di un aiuola nella zona industriale di Remignengo. A due passi dalla pista in lamiera dove si balla il liscio.

 

Oddio il liscio. Al giorno d’oggi è difficile anche chiamarlo così quel meltin pot di musica che mette in un calderone classici anni ’80 remixati come pezzi danze anni ’90, misconosciute tarantelle a triplo senso sessuale degli anni ’60 cantate dalla Bella Baldraccona di turno.

 

Tra parentesi da questa posizione non riesco neppure a vedere bene nelle generose scollature delle signore cinquantenni di paese. Donne in carne che escono per andare nel piazzale della zona industriale dove c’è la Festa dello sport “messe giù da gara”, per citare uno famoso che non ricordo chi era. Un vaginodromo di cinquantenni e sessantenni che emanano sudore e ferormoni come piovesse.

 

Ho scoperto che se infilare lo sguardo in una scollatura è un arte difficile sollazzarsi con i piedi è semplice e passa inosservato. Paio solo uno fuori posto con un cappellino degli Ska-P e una maglietta degli Iron Mainden che guarda a terra distratto.

 

In realtà soppeso. Prima guardo il piede poi cerco di immaginare la signora sopra. Sandalo bianco con zeppa e allacciatura sopra la caviglia. Piede stanco, caviglia che sfrega sul laccetto più alto, unghie non smaltate, piede poco curato. La proprietaria non sarebbe neppure male. Sandalo nero basso alla schiava, piede con pelle un po secca e magro. Le rughette tradiscono l’età, che non c’è. La proprietaria avrà 40 anni portati male. Tacco del 20 scarpa rossa brillanti nata e unghia laccata a tema, eccitantissimo. La proprietaria in realtà è un allampanata ragazza magra e bruttarella. Ma sensuale.

 

I tre botti del via dei fuochi d’artificio mi strappano dal mio divertente gioco. Mi alzo e alzo la testa. Un quarto d’ora così e la cervicale si farà sentire. Ma fa nulla. Poi ancora tutti in pista. Tanto poi nessuno farà sacrosante scopate perverse e Remignengo.

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racconti, feet

mercoledì, 12 agosto 2009
RACCONTI - Psoriasi II, notti cortisoniche



Mentre nello stereo gracchia una canzone lunga e piena di invettive il buio si è fatto fitto. Sento sotto le dita qualcosa di appiccicaticcio. Lo so, “non è una soluzione lasciarsi sanguinare. Macchiare le lenzuola di sangue amniotico”. L’ho anche cantato oggi.

 

Passo tutto il tempo libero a scorticarmi le parti del corpo coperte dalla malattia. Quest’estate sono aumentate. Macchie sulle nocche, sulle braccia, sulle gambe. Potessi farei saltare tutte le placche col coltello a serramanico e me ne starei li a sanguinare. Ma forse è meglio cedere: “unguento cortisonico lenisce le giornate trasformando gli anni in lenta ridondanza”.

 

Una canzone sulla psoriasi, non è neppure un idea originale. Lo ha già fatto un misconosciuto gruppo italiano dei tardi anni ’80. Va bene la intitolerò Psoriasi II. Fa figo. Come se ci fosse chissà che ricerca. Invece è nata in un pomeriggio in cui me ne stavo rintanato in casa a cazzeggiare chiacchierando in rete con un amica.

 

Un arpeggio elementare di mi e di do che mi girava nella testa da giorni e una manciata di parole. Uscirei ora, andrei a bere e a fare cazzate… Invece cedo al tormento cortisonico. Psocurtan, Diprosone. Nomi che hanno accompagnato la mia infanzia e che ancora oggi sono qui.

 

Anche mettere i nomi dei farmaci in una canzone non è un idea nuova. Già fatto dai Subsonica. E poi io che avrei da aggiungere? Si il Diatrende per la pressione, dall’Aulin mi sto disintossicando a scatole di Moment.

 

 

“Scorticato ancora. Nel cuore e nel cervello attendendo lacrime di fluido antropico”,  belle parole per chiudere una canzone. La urlerei ora se non fosse che è notte ed il condominio Aurora dorme infame e malato, come sempre. Manie compulsive che mi strizzano dentro.

 

Se c’è scritto vietato l’ingresso quello è l’ingresso. Bella frase ad effetto da telefilm demenziale americano.

 

Metterò Sticky Finger dei Rolling Stones

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racconti

sabato, 08 agosto 2009
RACCONTI - Danae emerge dalla notte

Danae se ne sta sdraiata supina nel grande letto. Immobile nell’aria immobile dell’ultima ombra della notte, mentre già baluginano lattiginosi nel cielo i primi barlumi del sole caldo della giornata avvenire. Immersa nel silenzio di quel terreno di nessuno che è la notte prima che si trasformi in giorno. Sveglia seppur immobile Danae se ne sta sdraiata supina nel grande letto.

Non fa una mossa Danae quando l’aria appiccicosa della notte morente si smuove al movimento del mio corpo. Non fa una mossa eppur sento che mi osserva, mi percepisce, traccia i miei movimenti lenti. Mi muovo come sull’orlo dell’abisso, parola abusata eppure così agghiacciante e provocante. L’abisso di pochi minuti di nessuno nella notte ferma e morente dall’aria appiccicosa in cui è immersa Danae dal corpo fermo che non fa una mossa.

Danae ha le gambe allungate sul letto, di traverso sul grande letto. E i piedi stesi e tesi come una ballerina classica ibernata nel suo passo di danza più bello. Ma non è ibernata Danae. Quando con la punta delle dita della mia mano sfioro la punta delle dita del suo piede sento calore. Calore che pizzica le mie dita e sale piano come una scossa elettrica nelle mie braccia. Come se fosse un messaggio preciso quando sfioro le dita dalle unghie laccate nere Danae si rigira nel letto mettendosi a pancia in su. Le gambe allungate. Allungate verso di me.

Danae adesso ha gli occhi aperti con lo sguardo che segue una strana traiettoria che segue il suo corpo steso sul letto ed arriva nel punto dove il suo corpo incrocia il mio. Le mie mani che scendono a massaggiare lievi i suoi piedi dalla linea così sinuosa e perfetta. Il mio sguardo segue la stessa traiettoria del suo ma fa il percorso inverso. Scivolando sulle gambe, sul ventre, sul seno, sul collo fino agli occhi aperti di Danae nella notte che sta rantolando i suoi ultimi respiri.

Inarca leggermente il corpo Danae, con un movimento che pare impercettibile ma è prolungato e accentuato. La schiena si stacca leggermente dal letto caldo, così come i glutei. Allunga le braccia lungo i fianchi e quasi senza che si percepisca un vero movimento si sfila le mutandine bianche e rosse che scendono piano lungo le gambe fino ad arrivare alle mie mani. Sento il profumo del suo sesso e aspiro profondamente per fissarmelo nelle narici. Il corpo inarcato ora torna in posizione di risposo disteso lungo il letto come quello di una maya desnuda moderna e profumata.

Quasi senza accorgermene proseguo a massaggiarle piano i piedi. Danae con un altro movimento impercettibile ha slacciato il gancio del reggiseno facendo scivolare fuori dalle coppe i seni che assumono la loro posizione naturale. Stupendamente adagiati sul corpo solo lievemente illuminati dalla luce che secondo per secondo si fa più forte nel nome del giorno che sta arrivando. Il respiro di Danae ora si è fatto regolare. Dorme Danae nella luce che adesso è quasi abbagliante.

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racconti

lunedì, 20 luglio 2009
RACCONTI - Vertigini


Quel sintomo in fondo c’era sempre stato. Per anni aveva galleggiato senza farsi troppo notare. Usciva quando era giusto ed il giusto. Mi affacciavo ad una finestra dal quinto piano e le gambe si facevano molli. Va bene, al mondo una buona percentuale di persone soffrono di vertigini. E’ una cosa comune no?

 

Poi un giorno, un giorno come un altro, la cosa ha cominciato a peggiorare. Piccolezze. Una persona cara che si affaccia dal balcone del quinto pianto, io la vedo e le gambe si fanno molli. E va bene pensavo, è una persona cui voglio bene, la ringhiera le arriva appena sopra le gambe. Potrebbe perdere l’equilibrio e cadere. Ovvio che tu abbia delle vertigini di riflesso. E’ una cosa abbastanza comune no?

 

Poi un giorno ero al cinema. Uno dei protagonisti all’improvviso si trova a lottare sul bordo di un reattore nucleare. Uno di quei filmoni di azione tutti effetti speciali ed esplosioni. La macchina da presa simula l’effetto baratro. E a me vengono le gambe molli. E va bene pensavo. I moderni sistemi di proiezione, il Thx che fa tremare le sedie, il 3D della pellicola. Vogliono ricreare l’effetto reale e la paura e ci riescono. E’ una cosa che può succedere no?

 

Intanto mi rendevo conto che i sintomi andavano peggiorando. Come con gli ascensori. Un giorno durante una visita turistica ad un famoso monumento feci l’errore di salire sull’ascensore panoramico. Una salita di 85 metri in una cabina trasparente dentro la cupola del monumento per sbucare nella terrazza panoramica da cui vedi tutta la città. Solo guardando in alto mi sentii svenire. Ma va bene, pensavo, è una sorta di sindrome di Stendhal da monumento. La hanno pure teorizzata. Capita a tanti no?

 

Ma poi il giorno dopo scendendo dal secondo piano dell’albergo in cui alloggiavo con il normale ascensore mi feci prendere dal panico dal fatto che, secondo me, ci stava mettendo più tempo di quanto dovesse a scendere. E poi ancora la settimana dopo prendendo l’ascensore che saliva al negozio dell’ottico da cui mi servivo mi sentii morire. Ovvio che discesi a piedi. Ma la paura degli ascensori e del chiuso, unita alle vertigini, è una patologia normale no?

 

Poi cominciai a non riuscire più ad uscire sul balcone di casa, al terzo piano. E va bene, diventò di proprietà dei piccioni. In fondo avevo sempre avuto un po’ anche paura a starci sopra, come ho sempre avuto paura a passare sotto i balconi. Sopravvissi.

 

Ma l’altezza da cui riuscivo a sopportare di guardare in basso diminuiva sensibilmente. Una sera m resi conto che le gambe tremavano guardando giù dalla gradinata di un castello, poi da quella degli spalti minuscoli dello stadio della mia città, poi dalle scale di casa.

 

Poi un giorno mi alzai dal letto guardai la punta dei miei piedi ed ebbi un giramento di testa. Ecco, fu li che mi resi conto che la cosa non era più tanto normale. Cercai su internet patologie di persone che soffrivano di vertigini guardando giù solo dalla loro altezza. Ma neppure il giocatore di basket alto due metri e cinquanta aveva mai sofferto di tale patologia.

 

E poi io chiamo la mia patologica ossessione vertigine, modo comune di etichettare la cosa. Ma le vertigini sono un sintomo di alcune malattie curabili: neurite vestibolare, otite media cronica, colestea-tomatosa, la malattia di Ménieré, la neuronite vestibolare.

 

No la mia forse era “solo” una forma sempre più acuta di acrofobia. Tra i sintomi di questa fobia viene detto che la situazione ansiogena può verificarsi anche solo pensando alle altezze, o vedendole. Era il mio caso… fino a poche settimane prima. Ma adesso avevo paura ad alzarmi da una sedia.


Per risolvere temporaneamente il problema pensai bene di simulare dei problemi agli arti inferiori e circolare su una sedia a rotelle. Quei trenta centimetri in meno a cui mi sottoponevo mi davano per adesso sicurezza. Pensavo che peggio di così non sarebbe andata e che informandomi avrei riportato il limite dell’altezza sopportata ad un normale primo piano da abitazione, almeno.

 

Intanto mi ero trasferito in un appartamento al pian terreno. Da li studiavo e leggevo. Mi informavo e cercavo di capire. Avevo tre mesi di congedo dal lavoro per malattia. Potevo farcela.

 

Quanto mi sbagliavo.

 

In capo a tre mesi anche stare seduto non bastava più. Il pavimento sembrava cosi lontano, cosi pericoloso. Riuscivo a sentirmi bene solamente sdraiato. E neppure sul letto. Ma a terra.

 

Avevo buttato il materasso sul pavimento. Tutto attorno avevo posizionato Le cose essenziali. Non guardavo mai in alto e non uscivo mai. Mi facevo consegnare la spesa a casa e pagavo con un servizio di banca on-line.

 

Pensavo di essere arrivato al culmine, al limite della mia fobia. Più in basso di un pavimento dove posso andare? Pensavo.

 

Una mattina aprendo gli occhi dal mio materasso a terra mi resi conto che mi girava la testa. E adesso? Più in basso del pavimento non posso andare. Sono finito. Ma nella disperazione mi venne un idea. Mi trascinai giù nella cantina della casa.

 

Stavo bene. Riuscivo anche ad alzarmi. Il limite era sopra la mia testa. Fu li che capii che era il limite d’altezza percepito dal mondo e non il mio che scatenava la mia fobia.

 

Cercai di trovare soluzioni. Trovai lavoro come addetto delle fogne, e un appartamento in un seminterrato. Per qualche mese tornai a vivere una vita quasi normale. Certo vivevo sotto il livello della terra ma in maniera dignitosa.

 

Ma un giorno il limite mi raggiunse. Si stava abbassando ulteriormente. Impiegai il tempo rimasto prima che arrivasse a terra nello scantinato per studiare la soluzione. Nel giro di alcuni mesi ero diventato uno speleologo teorico perfetto. Decisi di sfidare il Guinnes dei primati e mi feci calare in una caverna a tre chilometri di profondità dichiarando che vi avrei vissuto per 5 anni.

 

I 5 anni più belli della mia vita. Ma anche li il limite mi raggiunse. Pieno di tranquillanti dovetti sbucare al mondo. L’impresa mi aveva fruttato un bel po’di soldi. Ma ero disperato. Dove avrei dovuto andare a vivere ora? Al centro della terra?

 

Ma poi ripensai alla degenerazione della patologia. Il limite era sempre sceso dall’alto verso il basso. E se non rispettasse la gravita della terra ma solo scendesse il mio limite di sopportazione dell’universo?

 

Adesso vivo in Nuova Zelanda. Con i soldi dell’impresa speleologica ho aperto un barettto sulla spiaggia. Faccio surf e sono pieno di donne che mi chiedono perché non torno mai a casa, lassù sul tetto del mondo. Io non rispondo e aspetto che il limite mi raggiunga anche qua. Ma forse per allora sarò gia abbastanza vecchio e sazio di giorni…. E di figa.

 

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lunedì, 13 luglio 2009
BODYART - Rosso su bianco (la poetica di Franko B)


“La gente va in guerra per il sangue”. Plic, la prima goccia cade a terra scivolando sulle braccia bianche. Il silenzio si fa onirico, spesso, musicale.

 

“Quello che sto facendo è rendere sopportabile l'insopportabile”. Plic, la seconda goccia dopo avere a lungo indugiato su quale strada prendere è corsa veloce. Cade a pochi millimetri dalla seconda. La terza, la quarta.

 

Il bianco, spesso, straniante, strato di cerone nasconde i mille tatuaggi che campeggiano sul corpo che gocciola sangue. Non si vede la croce rossa sul petto. “È stato il mio primo tatuaggio. L’ho fatto per indicare la mia condizione di rifugiato, nel senso che qui sulla Terra siamo tutti rifugiati. Non apparteniamo veramente a nessun posto, su questo pianeta”. E intanto plic, plic, la pozza ugualmente rossa ai piedi del bianco corpo si allarga.

 

“Cola il sangue di Franko B scultore di se stesso”, titola il Corriere della sera dell’11 marzo del 1998. L’oscuro articolista di cultura ci racconta che il performer londinese arriva per la prima volta in Italia con la sua “body art estrema. La più cruenta e selvaggia delle espressioni artistiche”.

 


 

Peccato che sia nato a Milano e che in Italia abbia passato il periodo peggiore della mia vita. A Londra ci fuggii nel 1979. In Italia mi avevano internato. Dal 1970 al 1974. In un istituto della Croce Rossa. Un istituto per bambini provenienti da famiglie difficili con un enorme croce rossa sul tetto che si vedeva da ogni parte del quartiere

 

Plic, plic, plic. Le gocce si fanno fiotto. Un fiume che scorre placido verso il pavimento.

 

“La croce rossa è il più bel simbolo, la più bella scultura che abbia mai visto. È allo stesso tempo sessuale e sensuale. È un segno di disperazione che non lascia indifferente nessuno, e al quale mi sono affezionato”.       

 

Leccatemi le ferite. Metaforicamente dico. Sono senza patria da quando sono uscito dall’utero di mia madre. Da quel momento ci dicono cosa è giusto e cose è sbagliato. E un precetto fondamentale è che quello che è all’interno del corpo deve rimanere dentro. Soprattutto il sangue.

 

Sangue, urina, saliva, sperma. Un cocktail genetico. Tutto fuori, tutto in vista. I giornali dicono che il corpo bianco è malato. Hiv, Aids. Così che faccia ancora più paura.

 

“Io però uso il sangue come pittura. Non mi considero un artista radicale. Cerco solo di sopravvivere”. “Si”, risponde Betti, “ma anche se sei definito uno dei più sconvolgenti e interessanti performer di questo Millennio per me sei solo una persona molto dolce”.

 

Plic. Il sangue ha formato una pozza larga e scura. Il bianco corpo sembra barcollare. Il silenzio adesso è un muro solido che appare indistruttibile. Un muro solido che ha reso mattone tutto il rumore del mondo.

 


Questo corpo bianco è un icona, una zona di guerra, la stanza delle torture, la carne che resiste. Ospedali e ospizi, manicomi e carceri. Tutto è ipotizzato e ipotizzabile sul corpo bianco che pare essere ad un passo dal crollo. La gente attorno è raggelata. Come in preda ad un panico invisibile e paralizzante. Percepisce che le violenze subite dal corpo sono rimesse in circolo dall’artista… sul proprio corpo. Un cortocircuito che spiazza anche il critico d’arte più illuminato e progressista.

 

Ancora il Corriere della Sera, stavolta nel gennaio del 2004. Un articoletto che cerca di sbriciolare la sovversione. “Noto per le performance estreme nelle quali trasformava il suo corpo in una tela palpitante, l' artista inglese Franko B espone da stasera lavori recenti in cui predomina invece l' aspetto pittorico: grandi tondi con simboli universali, come la croce e il cerchio”, come se la poetica violenta del corpo sia finita. Ancora senza patria Franko B viene definito quello che faceva delle cose cruente… Adesso no.

 

Nato a Milano, residente a Londra dal 1979. Dato per pazzo, internato. Dopo un infanzia devastante dal 1990 l’anonimo ragazzetto diventa Franko B. Il performer da body art che la rivista Virus definisce il più sconvolgente da mille anni a questa parte. Nelle sue performance si incide la carne, si fa sodomizzare, si apre il petto. Sconvolge sempre, comunque. Ha reinventato ed estremizzato la body art del sangue, così come la intendeva Gina Pane.

 

Al fine del mondo il corpo stramazza a terra. Il silenzio è rotto.

 

 

 

Postato da: emandelli a 16:37 | link | commenti
racconti, bodyart

mercoledì, 25 marzo 2009
RACCONTI - Istantanea di un pomeriggio di mare (bianco vibrazione e nero sudore)

Bianco e nero, nero e bianco. A strisce bianche e nere e la salvietta stesa sul lettino. A pallini bianchi e neri è il costume di Lei stesa sopra al lettino. Tutto attorno è silenzio. Calato sotto un cappellino Lui è immobile steso all’ombra, anche Lei è ferma ma inchiodata sotto il sole rovente. La pelle arrossata di chi sta abbronzando in maniera forzata.
 
Immobile Lui, immobile Lei. Il bianco e nero dei colori e quello della situazione. Nel riflesso del sole sembrano esaltati i pallini del costume di Lei: nero, nero nero.

 Poi tutto è bianco. La luce che si sta abbassando all’orizzonte sul mare e che proietta le ombre un po’ più lunghe e Lei, donna sconosciuta, che si alza dal lettino prendisole. Dopo minuti o forse ore nere di immobili sensazioni in cui danzavano al sole i pallini neri del costume e i nei di Lei sulla pelle rossa in una sensuale danza di colori adesso è il bianco del movimento a svettare.

Lei butta la testa all’indietro per raccogliere i capelli, scoperta ed indifesa. Lui immobile osserva il movimento veloce e fluido, sicuro e arrotondato del suo corpo che sconfigge il bianco e il nero e fluido danza in scala di grigi.
La stessa scala di grigi che Lei per ore ha senza sosta ha mentalmente salito e sceso stando immobile sotto il sole che le brucia la pelle. Per ore Lei permette al sole di scaldarla, ma anche di pungerla con i suoi mille aghi sottili.

Si offre a quello sfregio cocente con una sorta di piacere che sovente la fa sorridere, così, da sola, senza apparente motivo, consapevole dell'inspiegabile. Eppure è così: la sensazione della propria pelle in impotente rivolta contro le sciabolate del sole a picco la fa sentire bene, davvero bene. ed è in questi lunghi attimi, ore, che la sua mente sale e scende la scala di grigi: apparentemente sopita, sgombra, frastornata dalla musica dell'Ipod, è invece dis-tratta da un turbinio di immagini in scala di grigi.

Nessuno, vedendola abbandonata sotto il sole, chiusa nella  sua immobilità, spezzata solo da un tuffo in mare che le permette di sopravvivere ai raggi di quella palla rovente che la sovrasta che cerca senza sosta, può immaginare colori  e profumi dei suoi pensieri.
Così finché la luce accecante lascia spazio ai caldi colori del tramonto e Lei, con una risolutezza inaspettata, si alza dal lettino e si raccoglie i capelli. Raccogliersi i capelli è per Lei un modo inconfessato di difendersi, un simbolo esteriore che la aiuta ad essere presente a se stessa.

Ecco Lei se ne va. Sembra cosi sicura di se, staccata, distante. Abbandona sul lettino le cuffiette del lettore mp3. Chissà che cosa stava ascoltando? Lui la guardava mentre ogni tanto sorrideva, ad occhi chiusi. Isolata dal mondo in un bagno di colori che è tutto suo. Una tavolozza che non si riesce ad afferrare.

Lui è solo bianco e nero, e una sfumatura di rosso, quella della pelle accarezzata dal sole. Chissà chi accarezza davvero la sua pelle? Ora la sta accarezzando l’acqua tiepida di questo mare. Si è immersa piano camminando lenta sulla sabbia. Le impronte che ha lascito sulla battigia umida sono già state inghiottite dal riflusso spumoso delle onde.
A quest’ora di tramonto in acqua c’è solo Lei. Lui immagina il costume bagnato a contatto con la pelle, l’acqua salata che avrà per un attimo cancellato il profumo vero ed eccitante di epidermide e sole che Lei aveva di sicuro nel momento in cui si è alzata dal lettino per andare verso il mare. Tegumento che trasuda sensualità.

Lui annusa l’aria. In quel momento è come se una scia di Lei si srotolasse nell’aria. Forse è solo un impressione, forse è l’avanguardia della sua tavolozza di colori che non si può davvero percepire che sfiora il bianco e nero di Lui.
Lui che ora la guarda nel silenzio rumoroso dello sciabordio dell’acqua… Un attimo, un attimo, un attimo….di apnea, quel tanto che basta per tuffarsi, sparire sott'acqua e riemergere qualche metro più in là e lavarsi dall'odore acre che emana la pelle cotta. al tramonto il mare si fa più calmo, più caldo, più avvolgente e protettivo.

Lei nuota con movimenti lenti e regolari, ogni tanto si immerge completamente e sembra che stia cercando un nascondiglio tutto suo. In questi lunghi momenti in cui scivola non vista sott'acqua ride fra se pensando che, sì in fin dei conti fuma, e anche parecchio, ma, caspita, che fiato che ha....ancora.
Decide d'improvviso che è ora di uscire dall'acqua e lo fa veloce, barcollando ogni tanto per via dei sassi aguzzi del fondale. Eccola, Lei,  è fuori e lascia asciugare dalla brezza che è salita e dall'ultimo sole. Intanto maldestramente si raccoglie ancora i capelli che le onde avevano quasi sciolto e pensa che sì, ha fatto bene, quella volta, a non tagliarsi i capelli per autopunirsi di qualcosa: ha fatto un gran bene!

Lui continua ad osservarla. Mentre usciva dall’acqua ha pensato che per un attimo potesse emergere mezza donna e mezzo pesce: una sirena. Ma quando riemerge davvero ha ancora le gambe, le gambe che adesso la porteranno via per sempre
La spiaggia è ormai quasi deserta e avvolta nella penombra, non ci saranno più di due o tre persone. Lui sonnecchia dalla mattina sotto il suo cappellino a becca è ancora li non ha mai cambiato posizione. Lei pensa che deve essere un tipo strano e riprendendo la scala di grigio dei sui pensieri pensa che è ha voglia di camminare camminare camminare.
Lui riflette ora, pensa ai casi della vita che fanno incrociare certe persone che stanno a migliaia di chilometri da noi e non ci lasciano avvicinare alla bella vicina che sta al piano di sotto. Pensieri del cazzo da fine giornata al mare.

Lei ora è a un metro da Lui: la luce alle spalle esalta i contorni e sfoca tutto il resto. Lui la inquadra con gli occhi, con la voglia sensuale nello stomaco come se fosse  un filmetto di terza categoria, un laguna blu sospeso in una spiaggia di un villaggio turistico. Altri pensieri stupidi da fine giornata. Tutto per sfuggire alla sola cosa logica che dovrebbe fare: dare aria alle corde vocali dire qualche parola, a caso, e cercare di parlare con la sconosciuta. Sentirne la voce.
Ma Lei sembra attirata da un punto all’orizzonte. Rimane sospesa un attimo nel silenzio… un attimo lunghissimo prima di parlare.

Lei è erma ora, immobile sulla battigia verdognola del tramonto immersa nell’idea di essere stata per un attimo un delfino nell’acqua, una sirena. Pensieri che vengono spezzati da una parola: ciao.

E’ Lui ad averla pronunciata. Lei onestamente la trova inappropriata e un po’ fastidiosa.

Quel saluto, così naturale ma inaspettato la disorienta: sbuffa e non riesce a nascondere il proprio disappunto. Senza rispondere comincia a rivestirsi per abbandonare la spiaggia.

Intanto pensa al motivo di questa sua reazione così scostante.
Normalmente ne sarebbe stata lieta e lieta avrebbe risposto. Questa volta no, chissà perché.


Ne è certa: il saluto è arrivato dal tizio con il cappello a becca. Quel Lui che non le va a genio, eppure ne è incuriosita. Adesso Lei pensa che non ha la minima voglia di fare conoscenze, tantomeno con uno che fugge il sole.

Lo trova idiota: perché spendere soldi per starsene all'ombra in posto dove l'unica attrattiva è il sole?

Ora Lei si lega i capelli, ancora una volta quel movimento che Lui guarda per l’ultima volta, forse nella vita.

Ora Lei è vestita. Se ne va sapendo che non avere risposto al saluto la farà sentire male, eppure non si volta nemmeno per un cenno impercettibile, ma eloquente.


(racconto scritto a 4 mani con una cara amica che sono davvero contento abbia giocato con me)

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racconti

giovedì, 05 marzo 2009
RACCONTI - Solo l'aria tra il desiderio

La domanda mi aveva bruciato il cervello come un colpo improvviso.
“Ti sei mai masturbato pensando a me?”.
Si, d’accordo, si stava parlando di corpo, di preferenze fisiche, del suo seno, del fatto che parecchie volte avevo fatto davvero fatica a guardarla negli occhi parlandole distratto dal prosperoso seno, anzi dalle stupende tette. Scherzando quella sera avevo dichiarato che da li in avanti glielo avrei detto che le stavo guardando. Meglio essere onesti no? Aveva convenuto che avevo ragione arrossendo un po’.

Quando mi capitava di parlarle prima di affinare il rapporto di amicizia avevo pensato che fosse davvero difficile affrontare certi argomenti con lei: cosi rigorosa. Invece piano erano venuti naturali e il mio argomento preferito era stuzzicarla un po’ sul fatto che se avessi potuto ci avrei provato con lei.

Ma erano solo frasi un pochino pruriginose usate così… alla leggera.

Invece quella domanda era tagliente e precisa, secca e non detta per scherzare.

Credo che dalla domanda alla mia risposta sia passato un secondo: “Si”. Un si neutro, un ammissione senza colpa di averlo fatto. Perché era vero. Certo che mi ero masturbato pensandola. Cercando di immaginarla nuda. Cercando di immaginare quale fosse la forma ed il colore dei suoi capezzoli. Li immaginavo rossi accesi e grandi. Cercando di immaginare quale fosse il profumo della sua pelle, quale fosse la consistenza del suo culo. Se le piaceva essere leccata, se si sarebbe lasciata assaggiare, quale fosse il sapore del suo sesso, se parlasse durante il sesso.

“Si”, e il mio respiro si era fatto un po’ più affannoso. La risposta era stata immediata e poi avevo iniziato a pensare a perché mi aveva fatto questa domanda. A quale percorso mentale le avesse portato le parole alle labbra.

Arrossì violentemente ma prosegui imperterrita. “Non ho mai pensato che un uomo si potesse masturbare desiderandomi. Ma è una bella sensazione sapere che lo hai fatto. Lo rifarai?”.

Ora avevo il cuore in gola perché mentre lo diceva già pensavo di farlo, pensando proprio a questo momento e adesso la realtà mi scavalcava… “Lo faresti qui, ora, adesso, per me?”

Mi ci volle qualche secondo per realizzare quello che avevo sentito. “Si”, la mia voce mi aveva preceduto. “Allora fallo”, disse Federica. Poi si alzò dalla sedia dove stava seduta  e si mise sul divano, come per gustarsi uno spettacolo. E lì rimase.

Io scostai la sedia da dietro il tavolo. Piano con gesti che mi venivano incredibilmente fluidi mi tolsi i pantaloni ed i boxer rimanendo con le gambe nude. Mi sedetti sulla sedia a pochi centimetri da lei e cominciai a toccarmi. Federica nulla. Solo se ne stava seduta sul divano con gli occhi addosso a me. Il rossore era scomparso. “A cosa pensi e cosa guardi?”, voleva la cronaca delle mie emozioni.

“Guardo e penso alle tue tette”, dissi secco, cominciando a perdere ritegno via via che l’eccitazione cresceva.

“Vai avanti, raccontami cosa hai nella testa”, infieriva con le parole ma il corpo rimaneva immobile.
“Penso a come possano essere i tuoi capezzoli. Forma, dimensione, odore e sapore della pelle. Se diventano duri quando ti ecciti”, nessuna risposta, solo lo sguardo inchiodato addosso che bruciava sempre più.

“Penso alla tua figa. Al suo sapore, al sapore dei tuoi umori, a quello del tuo orgasmo, a quello della tua… insomma di tutti i liquidi”.

Arrossì un po’.

“Penso ai tuoi piedi, a come li leccherei, al tuo ano, a come lo leccherei”.

“Vieni guardandomi”

Ordine perentorio a cui ubbidii. Inchiodandole gli occhi addosso, negli occhi. Quando abbassai lo sguardo mi accorsi che ero talmente vicino che la mia eiaculazione l’aveva raggiunta. Immerse un dito nella goccia calda di sperma che biancheggiava dalla maglia nera e se lo portò alle labbra.

“Adesso ti va di guardare me?”

Postato da: emandelli a 15:40 | link | commenti
racconti

sabato, 14 febbraio 2009
RACCONTI - Insicurezza in maglia nera


La maglia nera, un po’ infagottata, non riesce nonostante tutti i suoi tentativi ad affogare il profilo del seno. La felpa legata in vita cala invece sul sedere, si può solo immaginane la sagoma. Strano tenere la felpa in vita in casa. Federica si siede al tavolo quadrato della sua cucina mentre l’acqua per il the bolle. Sposta in un angolo il piccolo pc appoggiato sul tavolo, come se il tavolo fosse ingombro, ma il tavolo è vuoto.

Completamente spoglia dal suo ruolo pubblico sembra molto più giovane di quello che è in realtà. I tailleur da sostituto procuratore con cui la si vede spesso nelle foto che compaiono sui giornali pare che non possano neppure trovare spazio nella piccola casa. Chissà dove li tiene?

“Anche se dovessi mettermi in piazza con un cartello in fronte non mi vorrebbe nessuno”. Dice queste parole mentre la guardo. Mentre senza ritegno scendo con gli occhi su e giù. Le braccia nervose, i capelli raccolti, gli occhi spalancati, il seno sensuale che cerca di nascondersi nella maglia nera.

Non riesco a non pensare, e poi non dire, che se questa non fosse la realtà ma un film adesso mi alzerei e le toccherei il collo e poi le spalle cercando con le narici il profumo di questa donna spianata dall’insicurezza che il suo ruolo normalmente non gli permette di vivere.

Ma questa è la realtà. Anche se il profilo rosso attorno ai tetti della piccola città disegna uno skyline di sensuale tramonto se abbasso lo sguardo vedo la mia bicicletta incatenata, e se metto le mani in tasca trovo il promemoria che mi ricorda che devo andare a prendere la carne macinata per il cane.

Ma io ho sembra danzato sul filo della realtà. No non mi alzo. Ma con candore spiazzo Federica dicendole quanto la trovi attraente e sensuale, nonostante il maglione infagottante, nonostante la felpa sul sedere, nonostante il fiume in piena di insicurezza che affoga anche i ferormoni.

Almeno, credevo di spiazzarla di candore, ma non la spiazzo. Anzi, piega un filo il capo, mi ringrazia, ma non lo fa con civetteria da donna che raccoglie ciò che le spetta, ma con dolcezza da ragazza che apprezza una carezza quando le viene data senza chiedersi perché.

“Ti chiamerò Candy Candy”, scherzo dopo che il fiume del racconto delle paure solide pare arrivato alla fonte. Parlo, mi piace farlo quando mi sento libero. Senza ascoltare il suono della mia voce, senza interrogarmi sul senso delle frasi che rimbalzano sul tavolo sgombro, le cadono in grembo e si dissolvono nel dolce the verde tiepido che sorseggia.

La abbraccio sulla porta uscendo per andare dal macellaio. Mi viene un abbraccio fraterno, anche se sento il seno che preme sul petto ed è una bella sensazione. Schiocco un bacio da bambino vicino all’orecchio. Speriamo di non averle sfondato un timpano.

“Sii sicura di te Federica”, le dico da insicuro. “E stato un bel pomeriggio”, mi spiazza lei. Brava, dì le cose che pensi. Poi sblocco il lucchetto e salto sulla bici, magari settimana prossima passo a fare quatto chiacchiere. Ora però devo andare dal macellaio.

Postato da: emandelli a 19:15 | link | commenti (5)
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